Verso la fine del primo governo di centro-sinistra, all'inizio del 2001, si facevano sempre più "tonanti" le lamentele della destra riguardo alla presunta egemonia culturale della sinistra, all'occupazione della cultura e dell'informazione da parte dei "comunisti".
Come chiunque può facilmente capire, la realtà era il contrario: la destra (soprattutto quella legata al Vaticano) controllava (e controlla!) informazione e cultura. E io ne scrissi sulla rivista di Contrasto di Amburgo.
Oggi, dopo 5 anni di governo Berlusconi la situazione è, se possibile, ulteriormente peggiorata e non so se il nuovo governo di centro-sinistra avrà la forza di cambiare qualcosa.
Rispetto a 5 anni fa i nomi di alcuni protagonisti sono cambiati (o hanno cambiato schieramento), ma la sostanza dell'articolo rimane valida, quindi ve lo ripropongo.
Soprattutto considerando la (oserei dire profetica) conclusione dell'articolo.
Buona lettura,
Mauro.
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Dittatura culturale? Cultura dittatoriale?
In Italia la cultura, l’informazione, l’istruzione sono feudo della sinistra. E perciò false e piene di pregiudizi. Tutto va riscritto, tutto va ripulito. In particolare i libri scolastici, che lavano il cervello ai giovani, impedendogli di formarsi idee proprie, corrette e democratiche.
Fantapolitica? Cinema? Satira?
No, purtroppo no: è la tesi del presidente della Regione Lazio, Storace, tesi sorretta da un’offensiva senza precedenti della stampa conservatrice, dei partiti di destra e del Vaticano.
Allora, la riscossa dell’impero sovietico, delle dittature staliniane sta cominciando dall’Italia?
Così sembrerebbe, a leggere i vari Montanelli, Sartori o Galli della Loggia. I guru del giornalismo e della politologia hanno scoperto la causa di tutti i mali del mondo: la sinistra italiana!
Cosa c’è di vero in tutto ciò?
Il fatto stesso che questi signori scrivano e mentano liberamente sui giornali più in vista e che siano ascoltati dalla stampa e dalla televisione tutta, dimostra l’assurdità dell’assunto. Da sempre è la cultura dominante, di regime che può lamentarsi sui grandi mezzi di informazione di essere combattuta e censurata. La cultura non di regime ha accesso solo a mezzi di informazione minori.
Al proposito possiamo anche vedere cosa si sa della storia del dopoguerra.
Tutti conoscono l’operato delle Brigate Rosse, ma pochi ricordano Borghese o Di Lorenzo. Eppure i secondi avevano concreti piani per instaurare una dittatura. Le BR no. Pochi ricordano che è stata la stessa sinistra a impedire il successo delle BR, mentre la destra non ha mai cercato di fermare le bande neofasciste degli anni ‘60-’70.
Andando più indietro, tutti hanno “imparato” cosa sono le foibe del Carso (dimenticando che vi sono sepolte anche vittime del fascismo), ma San Sabba o Fossoli sono conoscenze di pochi.
Allora, cosa succede? Perché la sinistra non reagisce? La destra di fatto domina, perché si lamenta?
Lo spazio è troppo poco per un’analisi completa, però...
La destra ha vinto la terza guerra mondiale, quella “fredda”, e come sappiamo la storia la scrivono i vincitori, non gli sconfitti.
La sinistra non reagisce. Quale sinistra? Quella di governo? Ma quella da tempo non è più sinistra. Che motivo avrebbe di reagire?
Perché ora questa offensiva? Il vero obiettivo è la scuola. O meglio: la privatizzazione della scuola. Solo delegittimando ciò che è la scuola pubblica, si riuscirà a svenderla. A chi? Chiedete a Berlusconi e in Vaticano.
2.7.06
25.6.06
L'enciclica di Ratzinger
A gennaio di quest'anno, Ratzinger ha pubblicato la sua prima enciclica.
Al proposito c'era molta curiosità: si voleva capire se e quanto Ratztinger si sarebbe allontanato dall'esempio di Wojtyla.
Dato che un evento del genere era anche un'ottima occasione per fare un primo bilancio dell'attività del nuovo papa, mi sono andato a leggere l'enciclica e ne ho scritto sulla rivista Rinascita Flash.
Buona lettura,
Mauro.
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L’enciclica di Ratzinger
È passato ormai quasi un anno dall’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio (era il 19 aprile 2005), e si può quindi tentare di fare un primo bilancio del suo pontificato.
A maggior ragione dopo la pubblicazione, il 25 gennaio 2006, della sua prima enciclica (“Deus Caritas est”, nella traduzione italiana “Dio è amore”).
Partiamo proprio dall’enciclica.
In tutta sincerità, il giudizio su detta enciclica potrebbe essere molto breve. Basterebbe dire: “Una delusione”. Dal punto di vista laico, ma anche dal punto di vista teologico.
Ma perché è una delusione?
Il punto centrale attorno a cui ruotano le pagine dell’enciclica (scaricabile, per chi fosse interessato, dal sito www.vatican.va) è l’amore di Dio, o meglio il fatto che Dio è l’amore stesso.
Questo concetto, per un credente, non è certo una novità e neanche un così astruso da aver bisogno di essere spiegato. Per chi ha fede è una verità semplice e lampante. Oltretutto sono già state scritte in passato pagine splendide sull’argomento, sia da religiosi che da laici, e quasi ogni sacerdote del mondo ha prima o poi tenuto un’omelia sul tema.
Perché quindi il papa (o meglio chi scrive per lui – non dimentichiamo che, nonostante le affermazioni contrarie del Vaticano, le encicliche, come i discorsi papali, vengono scritti dalla segreteria del papa e questi fornisce al massimo delle linee guida per la scrittura oltra ad apporre alla fine sigillo e firma) ritiene di dovervi dedicare addirittura un’enciclica?
Il commento ironico che potrebbe venire spontaneo, e cioè che fosse a corto di argomenti, non regge. Le encicliche non hanno scadenze obbligatorie, quindi se un papa non ha nulla da dire, o non vuole esprimersi, è sufficiente non scrivere. Nessuno lo condannerebbe.
Quindi Ratzinger aveva qualcosa da dire. Cosa?
Il senso vero dell’enciclica lo si legge tra le righe, come spesso nei documenti vaticani, però è evidente, quasi esplicito.
L’enciclica è un ribadire la linea dura del Vaticano sui temi matrimoniali, sessuali e simili.
La prima parte comincia con una specie di studio semantico della parola “amore”. Cita le tre varianti greche del vocabolo (“eros”, “philia” e “agape”), spiegando come la Bibbia prediliga la terza a scapito soprattutto dell’”eros”. E questo già ci dice chiaramente in che direzione vuole andare.
L’apertura del discorso sulle differenze tra “eros” e “agape” (la “philia”, cioè l’amore inteso in senso di amicizia, sembra interessare poco a Ratzinger) è tutta un programma: «All’amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo s’impone all’essere umano». E così tutti i rapporti che non rientrano nel classico concetto matrimoniale vaticano sono sistemati. Non serve neanche condannarli perché in realtà neanche esistono, sono forzature che gli esseri umani in realtà neanche vogliono.
Ancora più interessante è la conta di quante volte la parole “eros” è presente nella Bibbia: solo due volte nell’antico testamento e nessuna nel nuovo. Come dire: l’amore non erotico è meglio.
Ratzinger dimentica però che l’antico testamento è stato scritto originariamente in gran parte non in greco e che la traduzione greca è già di epoca cristiana. Il papa ha contato la parola sbagliata. Perché non ci dice come erano scritti gli originali aramaici, per esempio? Perché non si preoccupa neanche di dire che lui non ha preso in considerazione l’origine prima dei testi?
Passato questo primo scoglio si prosegue nella lettura e si scopre il nulla. La prima parte è un “taglia e cuci” di citazioni storiche e letterarie senza nulla di concreto, con l’unico scopo prima di confutare l’affermazione freudiana (in realtà corretta, per quanto un po’ estremizzata) secondo cui il cristianesimo ha ucciso l’eros e poi di dimostrare che di qualsiasi tipo di amore si parli esso tende alla fine per forza a Dio.
Scopi entrambi falliti, almeno nell’enciclica, in quanto inseguiti con affermazioni e non con dimostrazioni (e poi, sinceramente, a copiare passi dei profeti e dei vangeli basta un copista, non serve un papa).
Nella seconda parte dell’enciclica entra in gioco esplicitamente la chiesa, quale “comunità d’amore”.
A parte il fatto che sulla chiesa si potrebbe dire di tutto, tranne che sia una comunità d’amore (chiedere, per esempio, conferma agli indios dell’America latina o alle vittime dell’Inquisizione), le pagine che compongono questa parte sono una deludentissima rimasticatura di scritti dei papati precedenti e, forse soprattutto, della CEI.
Non vale quindi la pena di analizzare in dettaglio la cosa, a parte un ben preciso punto, il punto 28, che tocca il rapporto tra Stato e chiesa.
Si comincia con «Il giusto ordine della società e dello Stato è compito della politica». Giusto, ineccepibile. Quindi sarebbe il caso di far sapere a Ruini (che detta le linee guida al governo italiano) e a Berlusconi (che finanzia le scuole cattoliche togliendo fondi a quelle pubbliche) che la chiesa si occupa di religione e lo Stato di politica. Non viceversa.
Verrebbe quasi da chiedersi se Ratzinger è a conoscenza delle ingerenze continue e profonde della chiesa nella politica italiana o se invece viva su una nuvoletta dove non gli arriva notizia di nulla.
La frase «Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, cioè la distinzione tra Stato e Chiesa» appare sinceramente come uno scherzo di cattivo gusto, alla luce del comportamento del Vaticano in occasione degli ultimi referenda e delle continue esternazioni di Ruini in campo politico.
Però più avanti Ratzinger getta la maschera, quando parla della necessità della politica di adoperarsi per la giustizia, il che sarebbe anche giusto e condivisibile se non aggiungesse «In questo punto politica e fede si toccano». Insomma, la quadratura del cerchio: la chiesa non deve fare politica, ma la politica deve basarsi sulla fede.
Dobbiamo forse escludere atei, agnostici e simili dall’esercizio della politica?
L’enciclica prosegue con la descrizione dell’impegno della Chiesa per la giustizia e la carità. Tutto sommato, una raccolta di banalità leggibili su qualsiasi bollettino parocchiale del mondo.
La delusione più grossa, arrivati alla fine della lettura, non è comunque politica o religiosa, ma culturale.
Da una persone con gli studi e il passato di Ratzinger ci si sarebbe aspettato qualcosa di più profondo, di più articolato (al di là del condivisibile o meno), non una raccolta di banalitá che non dicono quasi nulla (e quel poco che dicono non è comunque nuovo).
Troppe citazioni e troppo pochi pensieri.
Ma forse, guardando il passato recente di Ratzinger, meglio così.
Sul giudizio di questo quasi primo anno di papato pesano negativamente anche altri fatti, non solo l’enciclica.
Per ragioni di spazio mi limiterò qui a un brevissimo panorama, rinviando un esame più dettagliato al futuro, se se ne dovesse presentare l’occasione.
Dell’ingerenza nella politica italiana si è detto sopra.
Riguardo al campo sociale questo papato conferma tutte le chiusure del papato precedente, con particolare riguardo a temi come aborto ed eutanasia, dove forse si sta confermando ancora più duro nei fatti di Wojtyla, pur usando parole più morbide.
Nell’orientamento generale del governo della chiesa si orienta al passato più remoto, alla chiesa antecedente alla prima scissione (quindi prima del 1054), cioè alla chiesa depositaria dell’unica assoluta verità. Non solo celeste, ma anche terrena.
E, a dimostrazione di quanto il Vaticano tenga in considerazione il dialogo interconfessionale, ha ricevuto e lodato in udienza privata il 26 agosto 2005 la cristianissima Oriana Fallaci, cultrice dell’odio contro l’Islam e della superiorità della cultura cristiana.
Unico segnale positivo per ora è l’apertura a un certo dialogo con coloro che un tempo sarebbero stati giudicati eretici, come il teologo Hans Küng o il vescovo scomunicato Bernard Fellay.
Sinceramente, un po’ poco.
Al proposito c'era molta curiosità: si voleva capire se e quanto Ratztinger si sarebbe allontanato dall'esempio di Wojtyla.
Dato che un evento del genere era anche un'ottima occasione per fare un primo bilancio dell'attività del nuovo papa, mi sono andato a leggere l'enciclica e ne ho scritto sulla rivista Rinascita Flash.
Buona lettura,
Mauro.
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L’enciclica di Ratzinger
È passato ormai quasi un anno dall’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio (era il 19 aprile 2005), e si può quindi tentare di fare un primo bilancio del suo pontificato.
A maggior ragione dopo la pubblicazione, il 25 gennaio 2006, della sua prima enciclica (“Deus Caritas est”, nella traduzione italiana “Dio è amore”).
Partiamo proprio dall’enciclica.
In tutta sincerità, il giudizio su detta enciclica potrebbe essere molto breve. Basterebbe dire: “Una delusione”. Dal punto di vista laico, ma anche dal punto di vista teologico.
Ma perché è una delusione?
Il punto centrale attorno a cui ruotano le pagine dell’enciclica (scaricabile, per chi fosse interessato, dal sito www.vatican.va) è l’amore di Dio, o meglio il fatto che Dio è l’amore stesso.
Questo concetto, per un credente, non è certo una novità e neanche un così astruso da aver bisogno di essere spiegato. Per chi ha fede è una verità semplice e lampante. Oltretutto sono già state scritte in passato pagine splendide sull’argomento, sia da religiosi che da laici, e quasi ogni sacerdote del mondo ha prima o poi tenuto un’omelia sul tema.
Perché quindi il papa (o meglio chi scrive per lui – non dimentichiamo che, nonostante le affermazioni contrarie del Vaticano, le encicliche, come i discorsi papali, vengono scritti dalla segreteria del papa e questi fornisce al massimo delle linee guida per la scrittura oltra ad apporre alla fine sigillo e firma) ritiene di dovervi dedicare addirittura un’enciclica?
Il commento ironico che potrebbe venire spontaneo, e cioè che fosse a corto di argomenti, non regge. Le encicliche non hanno scadenze obbligatorie, quindi se un papa non ha nulla da dire, o non vuole esprimersi, è sufficiente non scrivere. Nessuno lo condannerebbe.
Quindi Ratzinger aveva qualcosa da dire. Cosa?
Il senso vero dell’enciclica lo si legge tra le righe, come spesso nei documenti vaticani, però è evidente, quasi esplicito.
L’enciclica è un ribadire la linea dura del Vaticano sui temi matrimoniali, sessuali e simili.
La prima parte comincia con una specie di studio semantico della parola “amore”. Cita le tre varianti greche del vocabolo (“eros”, “philia” e “agape”), spiegando come la Bibbia prediliga la terza a scapito soprattutto dell’”eros”. E questo già ci dice chiaramente in che direzione vuole andare.
L’apertura del discorso sulle differenze tra “eros” e “agape” (la “philia”, cioè l’amore inteso in senso di amicizia, sembra interessare poco a Ratzinger) è tutta un programma: «All’amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo s’impone all’essere umano». E così tutti i rapporti che non rientrano nel classico concetto matrimoniale vaticano sono sistemati. Non serve neanche condannarli perché in realtà neanche esistono, sono forzature che gli esseri umani in realtà neanche vogliono.
Ancora più interessante è la conta di quante volte la parole “eros” è presente nella Bibbia: solo due volte nell’antico testamento e nessuna nel nuovo. Come dire: l’amore non erotico è meglio.
Ratzinger dimentica però che l’antico testamento è stato scritto originariamente in gran parte non in greco e che la traduzione greca è già di epoca cristiana. Il papa ha contato la parola sbagliata. Perché non ci dice come erano scritti gli originali aramaici, per esempio? Perché non si preoccupa neanche di dire che lui non ha preso in considerazione l’origine prima dei testi?
Passato questo primo scoglio si prosegue nella lettura e si scopre il nulla. La prima parte è un “taglia e cuci” di citazioni storiche e letterarie senza nulla di concreto, con l’unico scopo prima di confutare l’affermazione freudiana (in realtà corretta, per quanto un po’ estremizzata) secondo cui il cristianesimo ha ucciso l’eros e poi di dimostrare che di qualsiasi tipo di amore si parli esso tende alla fine per forza a Dio.
Scopi entrambi falliti, almeno nell’enciclica, in quanto inseguiti con affermazioni e non con dimostrazioni (e poi, sinceramente, a copiare passi dei profeti e dei vangeli basta un copista, non serve un papa).
Nella seconda parte dell’enciclica entra in gioco esplicitamente la chiesa, quale “comunità d’amore”.
A parte il fatto che sulla chiesa si potrebbe dire di tutto, tranne che sia una comunità d’amore (chiedere, per esempio, conferma agli indios dell’America latina o alle vittime dell’Inquisizione), le pagine che compongono questa parte sono una deludentissima rimasticatura di scritti dei papati precedenti e, forse soprattutto, della CEI.
Non vale quindi la pena di analizzare in dettaglio la cosa, a parte un ben preciso punto, il punto 28, che tocca il rapporto tra Stato e chiesa.
Si comincia con «Il giusto ordine della società e dello Stato è compito della politica». Giusto, ineccepibile. Quindi sarebbe il caso di far sapere a Ruini (che detta le linee guida al governo italiano) e a Berlusconi (che finanzia le scuole cattoliche togliendo fondi a quelle pubbliche) che la chiesa si occupa di religione e lo Stato di politica. Non viceversa.
Verrebbe quasi da chiedersi se Ratzinger è a conoscenza delle ingerenze continue e profonde della chiesa nella politica italiana o se invece viva su una nuvoletta dove non gli arriva notizia di nulla.
La frase «Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, cioè la distinzione tra Stato e Chiesa» appare sinceramente come uno scherzo di cattivo gusto, alla luce del comportamento del Vaticano in occasione degli ultimi referenda e delle continue esternazioni di Ruini in campo politico.
Però più avanti Ratzinger getta la maschera, quando parla della necessità della politica di adoperarsi per la giustizia, il che sarebbe anche giusto e condivisibile se non aggiungesse «In questo punto politica e fede si toccano». Insomma, la quadratura del cerchio: la chiesa non deve fare politica, ma la politica deve basarsi sulla fede.
Dobbiamo forse escludere atei, agnostici e simili dall’esercizio della politica?
L’enciclica prosegue con la descrizione dell’impegno della Chiesa per la giustizia e la carità. Tutto sommato, una raccolta di banalità leggibili su qualsiasi bollettino parocchiale del mondo.
La delusione più grossa, arrivati alla fine della lettura, non è comunque politica o religiosa, ma culturale.
Da una persone con gli studi e il passato di Ratzinger ci si sarebbe aspettato qualcosa di più profondo, di più articolato (al di là del condivisibile o meno), non una raccolta di banalitá che non dicono quasi nulla (e quel poco che dicono non è comunque nuovo).
Troppe citazioni e troppo pochi pensieri.
Ma forse, guardando il passato recente di Ratzinger, meglio così.
Sul giudizio di questo quasi primo anno di papato pesano negativamente anche altri fatti, non solo l’enciclica.
Per ragioni di spazio mi limiterò qui a un brevissimo panorama, rinviando un esame più dettagliato al futuro, se se ne dovesse presentare l’occasione.
Dell’ingerenza nella politica italiana si è detto sopra.
Riguardo al campo sociale questo papato conferma tutte le chiusure del papato precedente, con particolare riguardo a temi come aborto ed eutanasia, dove forse si sta confermando ancora più duro nei fatti di Wojtyla, pur usando parole più morbide.
Nell’orientamento generale del governo della chiesa si orienta al passato più remoto, alla chiesa antecedente alla prima scissione (quindi prima del 1054), cioè alla chiesa depositaria dell’unica assoluta verità. Non solo celeste, ma anche terrena.
E, a dimostrazione di quanto il Vaticano tenga in considerazione il dialogo interconfessionale, ha ricevuto e lodato in udienza privata il 26 agosto 2005 la cristianissima Oriana Fallaci, cultrice dell’odio contro l’Islam e della superiorità della cultura cristiana.
Unico segnale positivo per ora è l’apertura a un certo dialogo con coloro che un tempo sarebbero stati giudicati eretici, come il teologo Hans Küng o il vescovo scomunicato Bernard Fellay.
Sinceramente, un po’ poco.
21.6.06
Un calcio al calcio
In questi giorni il calcio sta dominando la stampa: da una parte i campionati del mondo in Germania, dall'altra lo scandalo "Juventus" in Italia.
Perciò mi pare giusto cominciare con un articolo pubblicato ormai un po' di anni fa sulla pagina web di un gruppo un po' particolare di tifosi del Genoa, i Druidi, e ripubblicato in versione bilingue (italiano e tedesco) nel 2005 sulla rivista Der tödliche Pass.
Buona lettura,
Mauro.
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Un calcio al calcio
Quali sono le vere cause della crisi?
Il calcio sta scoppiando. Così tutti ci dicono. Ma non diciamo cazzate!
Parole, parole, parole.
Semmai il calcio si purgherà e tornerà a essere quello che era e che dovrebbe essere, quello vero: un gioco, uno svago, uno sport.
Quando il bubbone scoppierà, gli idoli torneranno a essere uomini, i risultati torneranno a essere sportivi, i telespettatori torneranno a essere spettatori.
Ma per far sì che tutto ciò si realizzi dovranno accadere due cose:
- il calcio deve smettere di essere finanziariamente e penalmente una zona franca;
- i veri colpevoli della degenerazione (e vi sorprenderà scoprire chi sono) devono aprire gli occhi.
Il primo punto però ha come imprescindibile condizione, per poter essere realizzato, l’avverarsi del secondo punto. Serve una totale, crudele e spietata presa di coscienza, da parte dei colpevoli, del vuoto e dell’inumanità in cui si sono calati.
Cerchiamoli questi colpevoli, allora.
Sono i calciatori?
In effetti, hanno pretese assurde, vogliono guadagnare più di un industriale senza però correre i suoi rischi. Sono diventati viziati e prepotenti, si credono al disopra dei comuni mortali.
Sono presidenti e dirigenti?
In effetti, hanno lucrato sul calcio, hanno approfittato dello sport per lavare soldi, per farsi pubblicità, per instaurare contatti politici e per conquistare spazi che senza la scorciatoia calcio non avrebbero avuto.
Sono i giornalisti?
In effetti, con la loro caccia al lettore e all’audience non fanno altro che gettare benzina sul fuoco. Solleticano i bassi istinti del popolino, magari anche con l’obiettivo di ingraziarsi il potente calcio-politicante di turno.
Sono i politici?
In effetti, il calcio, lo sport più amato dagli italiani, è per loro un ottimo strumento per la conquista del consenso e per l’anestetizzazione dei cervelli. Il calcio oppio dei popoli, per parafrasare Marx. “Panem et circenses”, ma almeno ai romani si dava anche il panem…
Voi chi scegliete come categoria colpevole?
La prima? Ragazzetti in mutande che corrono dietro a una palla e poi si atteggiano a divi, possedendo la cultura di un’ameba?
La seconda? Imprenditori “seri” che sembrano lobotomizzati quando si danno al calcio e buttano i soldi dalla finestra?
La terza? Giornalisti impegnati a dimostrarci che i grandi problemi non sono fame e guerre, ma calcio e calci?
La quarta? Politici che lottano contro la disoccupazione dei calciatori, tanto gli operai chi sono?
Io vi porgo allora una quinta domanda: chi permette a quelle categorie di fare ciò che fanno, impunemente?
Sì, giusto, vedo che avete capito: i tifosi. I primi colpevoli, anche se (forse) inconsapevoli sono loro.
Mettano la testa a posto (e non mi riferisco alla violenza negli stadi, quella c’è anche fuori, solo che fuori non ci sono le telecamere), si facciano in blocco un serio e completo esame di coscienza e vedrete che le altre categorie saranno volenti o nolenti costrette a seguire.
Chi è che da modo al calciatore di credersi divino urlandogli “Sei un dio!”?
Chi è che permette al presidente buttare soldi che servirebbero ad aziende vere sostenendo che è il tifoso il vero padrone?
Chi è che “paga” lo stipendio al giornalista comprando i quotidiani sportivi e guardando trasmissioni imbecilli?
Chi è che vota il politico che si impegna per lo “sport”, cioè per l’assurdo baraccone oppiaceo del calcio?
Sempre lo stesso imbecille: il tifoso!
Piantiamola una buona volta! Rimettiamo la testa a posto e ragioniamo!
Il calciatore non è un dio, è un uomo che fa un lavoro come un altro. Anzi molto meno pericoloso e produttivo di un altro. Se Totti è un dio, allora Umberto Veronesi chi è? Se Del Piero è celestiale, allora Francesco Saverio Borrelli cosa è? Certo, un Silvio Garattini si limita a salvare una vita per volta, Baggio delizia quarantamila cretini a botta… una differenza non da poco, vero? Svegliatevi, fate gli striscioni per chi fa qualcosa di serio e non per chi gioca invece che lavorare!
A chi appartiene la squadra? Ai tifosi, dato che sono loro a pagare il biglietto allo stadio? Cosa, come, ho sentito bene? Allora, dato che io ho comprato una cucina a gas Siemens, sono diventato padrone dell’azienda Siemens, giusto? Ma andate a… La squadra appartiene a chi ha comprato le azioni e il giorno che il tifoso riconoscerà questa semplice verità, allora il padrone sarà costretto a comportarsi con la gestione come si comporta con la gestione di qualsiasi altro tipo di azienda.
La moviola è importante, vero? Le dotte dissertazioni di scribacchini e biscardosauri decidono giustamente delle sorti della politica interna ed estera. Vuoi mettere l’importanza del capire se il fallo era dentro o fuori del cerchio di centrocampo? E di quello che c’è dentro il cerchio della scatola cranica ce ne siamo dimenticati? Al telegiornale mezz’ora per il tuffo in area di Pippo la pippa e tre minuti per lo sciopero di mille operai che rischiano di finire in mezzo alla strada con tutte le loro famiglie? E allora cambiate telegiornale, guardatene uno più serio, deficienti!
Il politico fa le leggi a favore del calcio, giusto, sacrosanto, bisogna salvare ciò che al popolo piace… cosa piace al popolo? Il calcio? E allora che c’entrano questa serie A e questa serie B? Dov’è il calcio? Comunque è giusto, Galliani e Sensi devono poter rimanere in sella, vorreste mica vedere personcine così per bene disoccupate? Cari tifosi della Fiorentina o della Florentia Viola… per Rui Costa e Di Livio siete scesi in piazza, ma dove eravate quando hanno rischiato di chiudere la Nuovo Pignone e le Officine Galileo? Perché non avete inneggiato a Giuseppe Montale, operaio, 45 anni, 1200 euro al mese, 2 figli e nessun futuro lavorativo perché troppo vecchio?
Cari tifosi, fate schifo.
20.6.06
E siccome un blog non mi bastava...
...ne ho pensato un altro, nel quale pian piano vi propinerò tutti gli articoli di stampo giornalistico, anche quelli per un motivo o per l'altro non pubblicati, della mia ormai lunga carriera di giornalista amatoriale ;-)
In alcuni articoli dovrò aggiungere delle appendici che spieghino eventualmente i fatti relativi al tema dell'articolo, ma avvenuti dopo la stesura dell'articolo stesso.
In effetti, a pensarci bene, questo più che un blog, potrebbe benissimo essere considerato una raccolta, una specie di libro in rete...
E magari i vostri (graditi e attesi, sia negativi che positivi) commenti forniranno materiali per altri nuovi articoli. Perché no? :-)
State pronti a leggere di tutto.
Saluti,
Mauro.
In alcuni articoli dovrò aggiungere delle appendici che spieghino eventualmente i fatti relativi al tema dell'articolo, ma avvenuti dopo la stesura dell'articolo stesso.
In effetti, a pensarci bene, questo più che un blog, potrebbe benissimo essere considerato una raccolta, una specie di libro in rete...
E magari i vostri (graditi e attesi, sia negativi che positivi) commenti forniranno materiali per altri nuovi articoli. Perché no? :-)
State pronti a leggere di tutto.
Saluti,
Mauro.
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