2.10.06

Gramsci e gli indifferenti

Qualche giorno fa ho pubblicato su questo blog un mio articolo critico nei confronti dell'astensionismo (Contro Ponzio Pilato), cercando di inquadrare il fenomeno da un punto di vista giuridico-costituzionale.

Due mesi dopo, sempre su Rinascita Flash, ho cercato di estendere l'analisi all'indifferenza in generale, partendo da una forte affermazione di Antonio Gramsci.

Buona lettura,

Mauro.

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Gramsci e gli indifferenti

Sull’ultimo numero di Rinascita Flash ho avuto la possibilità di pubblicare un articolo sull’invito a disertare i referenda da parte di chiesa e partiti. L’articolo cercava di dare un’inquadratura giuridico-costituzionale al tema, ma chi ha letto tra le righe ha capito di sicuro che il principale bersaglio della mia indignazione era il disinteresse verso la cosa pubblica del singolo cittadino. Che ricopra o meno cariche pubbliche.

Non sono certo ne' il primo ne' l’unico a indignarsi per questo disinteresse.
Un certo Antonio Gramsci già negli anni giovanili scrisse un interessante articolo per il numero unico „Città futura“ del 1917 dal titolo „Indifferenti“.

L’incipit dell'articolo è significativo e a distanza di quasi un secolo non ha perso assolutamente nulla della sua attualità. Anzi è oggi ancora più attuale che allora. E Gramsci sa di non essere originale: anche lui si rifà chi c’era già prima, per la precisione al filosofo tedesco Friedrich Hebbel:
«Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che „vivere vuol dire essere partigiani“. Non possono esistere solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».

Non credo possano esistere parole più moderne e più concrete per descrivere le colpe di chi abdica alle proprie responsabilità, ma poi pretende di vedersi riconosciuti i propri diritti. Sì, sto parlando in primis di coloro che si astengono alle elezioni. Ma anche di tutti coloro che voltano lo sguardo dall’altra parte quando vedono problemi che non li riguardano personalmente. Ma poi si sentono vittime di chissà quale ingiustizia se non vengono aiutati quando hanno problemi loro.
Queste persone, è vero, non commettono nessun reato, non vanno contro la lettera delle leggi e delle costituzioni, però spesso producono danni morali e materiali molto maggiori di tante persone che commettono concretamente reati.
Perché? Nella maggioranza dei casi uno che commette un reato spera di non essere scoperto, però nel momento in cui è messo di fronte ai fatti piega il capo e si prende le proprie responsabilità (sto parlando di delinquenti che comunque sono esseri umani per quanto „negativi“, è chiaro che ciò non vale per tutti i delinquenti... un Adolf Hitler o un Jeffrey Dahmer dubito conoscessero anche solo la parola “responsabilità”). L’indifferente trova invece sempre una scusa per svicolare. E dato che non ha commesso reati, alla fine paga chi non è indifferente.

L’esempio migliore sono le elezioni parlamentari. Ultimamente abbiamo avuto in Europa continentale una media del 30% di astenuti. Ora, il 30% dei voti la grande maggioranza dei partiti se lo sognano... ma non è questo il problema. Il problema è che c’è chi ha votato per la maggioranza e quindi, a ragione, pretende che la maggioranza mantenga le promesse fatte, lamentandosi per l’ostruzionismo dell’opposizione. E c’è chi ha votato per l’opposizione e pretende, ugualmente a ragione, che questa prema sulla maggioranza, la spinga o la blocchi e la costringa a compromessi. Entrambe le parti in questo caso non fanno altro che esercitare diritti non solo giuridici, ma anche morali.
Ma la terza parte, coloro che non hanno votato? Che diritto hanno di lamentarsi se la maggioranza e/o l’opposizione li danneggianno? Del resto loro se ne sono lavati le mani della cosa pubblica. Che dovere (morale) ha la cosa pubblica di occuparsi di loro?

La cosa più grave è però che questa indifferenza si esprime nella vita in generale. Si lasciano morire gli altri (di fame, di malattia, di guerra) perché la cosa non ci riguarda. Però appena noi stessi, o un nostro caro amico o parente stretto, siamo in difficoltà, pretendiamo che la comunità (sia intesa in senso legale, cioè lo Stato, che in senso morale, cioè le singole persone) si occupi di noi.
Ne abbiamo diritto? Legalmente forse sì, ma a livello morale la risposta è solo una: no.

È facile fare solo da spettatori e poi lamentarsi se le cose non vanno come vorremmo. È così difficile capire che se ci fossimo sporcati le mani forse avremmo potuto contribuire a farle andare come vorremmo? Cito nuovamente Gramsci:
«I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità.» Chiaro, no?

Questo atteggiamento porta anche all’egoismo totale del mondo consumistico odierno. Dove l’importante è apparire non essere. E chi non è in grado di avere una „adeguata“ apparenza, non ha neanche il diritto di essere.
Al proposito posso „solo“ consigliare due letture estremamente interessanti.
La prima è un testo di Jean Ziegler che vi ho già consigliato in un altro articolo: „Die neuen Herrscher der Welt und ihre globalen Widersacher” (Goldmann, 2005). In particolare vi vorrei invitare a leggere pagina 283.
La seconda è l’ultima fatica di un giornalista italiano messo praticamente all’indice perché scomodo: Oliviero Beha. Il testo si intitola „Crescete e prostituitevi“ (BUR, 2005). Un testo che io definirei fondamentale per capire la situazione attuale, ma che è sconsigliabile da leggere se avete qualche scheletro (anche se magari in buona fede dimenticato) nell’armadio.

Ziegler e Beha sono però persone che non sono „indifferenti“. Magari non tutte le loro idee sono giuste e condivisibili, però entrambi hanno il coraggio di esprimerle. Non si tirano indietro. Non se ne lavano le mani.

La ricerca della superficialità, questa fuga dai pensieri forti, problematici è stata osservata anche da persone molto più vicine al cosiddetto pubblico, alla cosiddetta massa.
Tutti avrete sentito parlare dei concerti del „Live8“ organizzati per sensibilizzare i giovani e i governi sui problemi della povertà e della fame.
Uno di questi concerti è stato tenuto a Roma e uno dei gruppi italiani più amati dai ragazzini, „Le Vibrazioni“, dopo aver tenuto la sua parte di spettacolo, ai giornalisti che gli chiedevano le sue sensazioni ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«Abbiamo avuto l’impressione di esibirci davanti a giovani insensibili, che vengono a vedere un artista che suona tre canzoni.»
Capite? Non è importante la motivazione dell’evento. È importante vedere il proprio idolo. Credo non servano altri commenti.

Chiudo citando l’ultima frase dello scritto di Gramsci, che non posso non fare mia:
«Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.»

29.9.06

Che cos'è l'Italia?

Anni fa, su un forum che gestisco sul web (Bollettino - Italienischer Stammtisch OnLine) mi venne posta secca da una partecipante la domanda: Che cos'è l'Italia?

Domanda difficile...

Io risposi. E qualche tempo dopo Contrasto pubblicò questa mia risposta sulla sua rivista (nel febbraio 2000, per la precisione).

Non si può definire un articolo, piuttosto un pensiero. Ma ve lo propongo lo stesso.

Buona lettura,

Mauro.

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Che cos'è l'Italia?

L'Italia? L’Italia è un luogo dell’anima.

È tutto e il contrario di tutto. È quello che gli italiani cercano di dimenticare, ma appena ci riescono, tornano a cercare. È il paradiso mascherato da inferno. È Europa e Africa, Asia e America. È quello che non riusciamo a definire, ma conosciamo benissimo. È quello che ci portiamo dentro quando siamo in giro per il mondo. È il paese che non sa farsi pubblicità. È il cuore staccato dal cervello, ma è anche un cervello che fa girare il mondo. È mare che si arrampica per i monti e monti che si tuffano in mare. È caldo e freddo. È la modernità antica e la memoria del domani. È volontà di fare ciò che non si sa fare e noia di fare ciò che si sa fare. È solitudine rumorosa, compagnia silenziosa. È proprietà di tutti e di nessuno. È una santa che si prostituisce oppure una prostituta che aspira alla santità. È ciò che si dovrebbe inventare se non ci fosse. È ciò che spesso si vorrebbe cancellare, ma poi cosa mettiamo al suo posto? È razionalità sposata alla superstizione. È malinconica allegria. È paura del futuro e del passato. È voglia di fuga dal presente.

L’Italia è... e forse non serve dire altro.

28.9.06

Piccola nota di servizio

È appena arrivato un commento all'articolo "L’ultima vittoria di Wojtyla" estremamente apprezzabile in toni e contenuti, però... anonimo.
L'autore o autrice non ha lasciato il suo nome indicato.

Dato che mi sono ripromesso di non pubblicare messaggi anonimi, a prescindere da toni e contenuti, ma mi dispiace rifiutare questo commento, vorrei invitare l'autore o autrice a riscriverlo inserendo il suo nome (mi basta il nome, non servono cognome, e-mail o altri recapiti).

Grazie.

Saluti,

Mauro.

27.9.06

Il ritorno di Silvia

È fresca fresca la notizia della definitiva scarcerazione, grazie alla legge sull'indulto, di Silvia Baraldini.

Con tutte le polemiche che ne seguiranno, perché a quanto pare essere veramente di sinistra, coerenti e convinti come la Baraldini, sembra in questo paese (o forse in questo tempo) un reato molto peggiore dell'omicidio e della violenza carnale.

Voglio qui presentarvi l'articolo che scrissi nell'ottobre 1999 per il numero 20 di Contrasto, in occasione dell'estradizione di Silvia in Italia.

Buona lettura,

Mauro.

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Il ritorno di Silvia

Finalmente, dopo anni di tribolazioni e innumerevoli tentativi, gli Stati Uniti hanno acconsentito a firmare l’accordo per il rientro in Italia di Silvia Baraldini, da anni incarcerata oltreoceano per reati terroristici.

Ma chi è veramente Silvia Baraldini? Cosa c’è dietro il suo ritorno in Italia? Non sono domande banali, in quanto la vicenda non è certo chiara e la politica prevale sulla giustizia.

La storia di Silvia comincia nel 1982, quando viene arrestata con l’accusa di aver partecipato a una rapina in cui ci sono scappati due morti. Da quest’accusa verrà assolta, ma, nel 1983, viene di nuovo arrestata con varie accuse: partecipazione all’evasione di una terrorista, associazione per delinquere allo scopo di rapina, omicidio, sequestro di persona, partecipazione a rapina. Per i primi due di questi reati viene condannata nel 1984 a 40 anni di carcere (più altri 3 per non aver voluto deporre davanti al Grand Jury).

Dopodiché la sua vita scorre tra sei diverse carceri negli USA (una delle quali verrà poi chiusa anche per intervento di Amnesty International, per la disumanità delle condizioni di detenzione). Nel 1988 le viene diagnosticato un tumore maligno a causa del quale viene sottoposta a due interventi chirurgici in condizioni a dir poco discutibili (non le vennero tolte le catene dai polsi neanche sul tavolo operatorio). Nel 1989 la prima richiesta italiana di estradizione (la convenzione di Strasburgo, sottoscritta tanto dall’Italia quanto dagli USA, prevede che un condannato possa scontare la pena nel suo paese d’origine). Infine i due viaggi negli USA di D’Alema di quest’anno (il primo subito dopo il verdetto sul Cermis, un caso?) a seguito dei quali si è ottenuto il rimpatrio. Prima di esaminare la sentenza (in realtà politica, in pieno stile McCarthy, non giudiziaria), cerchiamo di capire come Silvia si ritrovò dentro a questa storia.

Trasferitasi nel 1961 negli USA con la famiglia, la Baraldini partecipò, seguendo le sue idee di sinistra, dapprima ai moti studenteschi e per i diritti civili e nel 1975 divenne quindi membro del gruppo “19 maggio”, in lotta (anche violenta) contro la discriminazione razziale. Da allora ne condivise l’attività politica, senza mai entrare in atti violenti, venendo comunque “schedata” dalle autorità. Venne infine incarcerata in base alla legge RICO, legge istituita in funzione antimafia (e usata in senso estensivo solo per convenienza politica) che prevede che i crimini commessi dall’appartenente a un gruppo possano essere automaticamente addossati a tutti gli altri. I due reati imputati a Silvia rientrano in questa casistica. L’associazione per delinquere a scopo di rapina si riduce nel suo caso all’ideazione di una rapina poi mai avvenuta, in cui venne tirata in causa da un pentito che non è stato in grado di riconoscerla. La partecipazione all’evasione (incruenta) di Assata Shukur è stata data per certa dal tribunale, secondo cui Silvia guidò l’auto della fuga. In realtà la madre sostiene che Silvia era a Roma e non negli USA e in più una componente del gruppo (che attualmente gode di asilo politico a Cuba) dichiarò di essere stata lei, e non Silvia, alla guida.

Allora perché questa condanna e un trattamento penitenziario disumano? Semplice quanto sconvolgente: perché Silvia era una dissidente, era contro il sistema.

Come interpretare ora questo “cedimento” statunitense? Male, molto male. Non è un successo delle autorità italiane come scritto, bensì un ignobile baratto: l’Italia ha chinato la testa sull’atto criminale dei piloti del Cermis e soprattutto sullo scandaloso verdetto che li ha, di fatto, assolti. In cambio gli USA hanno restituito Silvia, di cui in realtà non sapevano più che farsene.

A peggiorare il tutto c’è il testo dell’accordo tra Italia e USA per il rimpatrio: pochi ne conoscono il contenuto, ma il fatto che rappresentanti ufficiali dello stato italiano lo abbiano firmato è di una gravità inaudita, in quanto contiene clausole anticostituzionali. In pratica, con tale firma l’Italia si impegna a mantenere le stesse condizioni carcerarie statunitensi, cioè a non applicare leggi costituzionalmente garantite.

Se l’Italia rispetterà tale firma avremo l’ennesima dimostrazione di essere semplicemente una colonia, e non uno Stato sovrano.

26.9.06

Contro Ponzio Pilato

In occasione dei referenda del 2005 sulla procreazione assistita trionfò l'astensionismo. Io scrissi al proposito un articolo cercando di dare un inquadratura giuridico-costituzionale alla questione, nel piccolo delle mie possibilità.

È interessante in certi casi scoprire quante cose non si sanno: per esempio che invitare all'astensione non è morale lo sappiamo tutti (anche se quando ci conviene lo dimentichiamo), ma quanti sanno che in molti casi è anche reato?

E, per chi è credente, andrebbe pure considerato peccato... almeno, così ci insegna la Bibbia.

Qui vi presento l'articolo pubblicato nell'estate del 2005 su Rinascita Flash.

Buona lettura,

Mauro.

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Contro Ponzio Pilato
Contro Don Abbondio


I referenda del 12-13 giugno sono passati. E sono falliti.
Intendiamoci, non è un fallimento che il sì non abbia vinto. Qualunque siano le nostre personali idee, qualunque sia il bene (reale o ipotetico) dello Stato, ogni referendum che raggiunga il quorum è un successo. Che vinca una parte o l’altra.
Qualunque referendum che venga invalidato a causa dell’astensionismo è un fallimento.
Un fallimento dello Stato, un fallimento dell’informazione, un fallimento della democrazia. E soprattutto un fallimento dell’intelligenza.

Ma non è il momento di parlare di ideali: per condannare il Ponzio Pilato astensionista sono più che sufficienti dati concreti. Leggi, Costituzione e Bibbia.

Tenendo conto che i primi sostenitori dell’astensione sono stati i vescovi e i cosiddetti partiti cattolici, è interessante partire dalla Bibbia.
E più precisamente dal Vangelo secondo Matteo, un testo che a quanto pare non gode di molta fortuna letteraria all’interno del mondo cattolico, visto che è stato completamente disatteso il suo insegnamento.

In due punti il Vangelo secondo Matteo smentisce il comportamento dei vescovi.
Matteo 5,37: “Il vostro parlare sia sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno”. Tradotto in parole povere: abbiate il coraggio di esprimere le vostre opinioni, di prendervi le vostre responsabilità. L’astenervi dal prendere posizione è male. Forse addirittura peccato.
Matteo 22,21: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Tradotto anche qui in parole povere: siate laici, non lasciate che la fede governi lo Stato e neanche che lo Stato vi imponga una fede.

Il nuovo Testamento ci viene in aiuto in un altro punto, per la precisione nella Lettera ai Colossesi 2, 16-21. La citazione è lunga e me la risparmio, riassunti però questi versi chiedono ai cristiani di rispettare le leggi (laiche!) dello Stato, senza tradire i propri principi religiosi. I vescovi ci hanno chiesto molto più semplicemente di venire meno alle regole dello Stato e di impedire agli altri (tramite l’astensione e, di conseguenza, l’annullamento del voto di chi alle urne è andato) di poter esprimere le proprie idee. Insomma: la legge va rispettata, ma avete il dovere di parlare, di difendere le vostre idee. Non di astenervi.

Come sarcasticamente, ma correttamente, ha commentato Vittorio Zucconi sul sito web di Repubblica: “Don Abbondio si sarebbe astenuto”. Don Abbondio. Non Cristo.

Non tutti sono però credenti. A coloro cui la Bibbia non dice nulla, può forse venire in aiuto la Costituzione della Repubblica Italiana. Un testo che dovrebbe unire tutti i cittadini italiani, qualunque credo religioso o politico essi abbiano.
E comunque un testo che tutti, volenti o nolenti, devono rispettare, in quanto costituente la legge fondamentale dello Stato.

La Costituzione contiene nell’articolo 48 (Titolo IV, “Rapporti politici”) due frasi molto importanti.
“Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Non obbligo, ma comunque “dovere civico”. Civico significa anche “del cittadino”. Come fa uno che non adempie ai propri doveri civici pretendere di veder rispettati i propri diritti di cittadino? In sostanza: hai il diritto di non votare, ma così facendo decidi tu stesso di catalogarti come cittadino di serie B.
La seconda frase interessante, che è anche la più importante, recita: “Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”.
Cosa è invece successo? Che il 25% (più quelli che non hanno potuto votare per impossibilità e non per scelta) dei cittadini italiani hanno visto il proprio diritto di voto non solo limitato ma addirittura annullato grazie alla campagna astensionista condotta non solo dalla chiesa, ma addirittura da esponenti di punta della politica e da membri del Parlamento della Repubblica Italiana.
Il voto di chi si è recato alle urne è stato, grazie al non raggiungimento del quorum, annullato, cancellato. A queste persone è stato di fatto negato il diritto di esprimere la propria voce nel segreto dell’urna, in quanto questa voce è stata a posteriori cancellata.

Molte persone considerano però Bibbia e Costituzione come “ideali”, non come leggi. Insomma dei cataloghi di opzioni che possono essere rispettati o meno, a seconda di voglia e convenienza.
Per quanto possa essere antipatico, questa visione può essere accettata (non apprezzata, però) per quanto riguarda la Bibbia, essendo essa un testo religioso, non un codice legislativo. La Costituzione però è legge effettiva. La legge suprema di uno Stato.
Molti non lo sanno. Ritengono che la Costituzione sia solo una dichiarazione di intenti.

In questo caso ci vengono in aiuto le leggi della Repubblica Italiana. Anche se, per assurdo, avessero ragione coloro che ritengono la Costituzione solo una dichiarazione di intenti, questi non sarebbero comunque giustificati nella loro propaganda astensionista. Anzi, secondo la legge sarebbero condannabili alla reclusione da sei mesi a tre anni (oltre che a pene pecuniarie).

Leggiamo l’articolo 98, titolo VII, del D.P.R. n. 361 del 30 marzo 1957 (“Testo unico delle leggi elettorali”): “Il pubblico ufficiale, l’incaricato di un pubblico servizio, l’esercente di un servizio di pubblica necessità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adopera a costringere gli elettori […] o ad indurli all’astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000”. In breve: è lecito astenersi, ma è reato propagandare l’astensione.
Questa legge per anni è stata discussa, nel senso che ci si chiedeva se valesse solo per le elezioni o anche per i referenda.
Il dubbio è stato risolto con la legge n. 352 del 25 maggio 1970 “Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo”. Questa legge dice nell’articolo 51: “Le disposizioni penali, contenute nel Titolo VII del testo unico delle leggi per la elezione della camera dei deputati, si applicano anche con riferimento alle disposizioni della presente legge”.
In breve: anche sui referenda è lecito astenersi, ma è reato propagandare l’astensione.

Riassumendo il tutto: chi non si è recato a votare per scelta ha dimostrato di essere un pessimo cristiano e un pessimo cittadino, e chi lo ha indotto a non votare ha addirittura commesso reato.

Del resto il voto concedeva a tutti ogni possibilità di difendere le proprie idee:
1) Contrario alla legge? Voti sì.
2) Favorevole alla legge? Voti no.
3) Indeciso oppure convinto che debba decidere il Parlamento e non il popolo? Voti scheda bianca.

Insomma: alla fine non ha vinto l’una o l’altra posizione politica oppure la chiesa. Hanno vinto Ponzio Pilato e Don Abbondio, la vigliaccheria e il rifiuto di prendersi le proprie responsabilità.

17.9.06

L’ultima vittoria di Wojtyla

Ho appena scritto nel mio altro blog (Pensieri eretici) a proposito del caos provocato dal discorso tenuto da Benedetto XVI a Ratisbona.

Colgo quindi l'occasione per riportare qui quanto scrissi in occasione della sua elezione per il terzo numero del 2005 di Rinascita Flash.

Buona lettura,

Mauro.

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L’ultima vittoria di Wojtyla

Ce l’ha fatta… nonostante che volesse far credere di non essere interessato al soglio pontificio, Jospeh Ratzinger è riuscito a diventare papa.

Cosa ci aspetta ora? Quali conseguenze avrà questa scelta sul futuro della Chiesa, in senso religioso e politico?

Per prima cosa possiamo affermare, senza tema di smentita, che nononostante il modo molto diverso di presentarsi al mondo (dalla rockstar Wojtyla si passa all’eminenza grigia Ratzinger) la scelta del Conclave è nel solco della continuità.
La Chiesa non ha voluto rinnovarsi, ha confermato la chiusura alla modernità, al dialogo con la critica, con l’eterodossia.
Ha confermato il “diritto divino” contro l’essere umano.

Certo, ci si può sempre sbagliare, e non sarebbe la prima volta che un Papa, da Papa smentisca in positivo o in negativo quanto fatto da cardinale.
Però le premesse non lasciano presagire nulla di buono… a partire dal fatto che Ratzinger è Prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede, più comunemente nota come Sant’Uffizio. Cioè l’ufficio vaticano che oggi si preoccupa di difendere l’ortodossia più rigida contro gli “assalti” del modernismo… e in passato si occupava di mettere all’indice i libri proibiti.

Sospendiamo quindi il giudizio su Ratzinger fino a quando non vedremo i suoi primi atti da Papa, però teniamo gli occhi aperti e non dimentichiamo che è stato il braccio armato di Wojtyla contro la Teologia della Liberazione, contro l’omosessualità, contro il sacerdozio femminile, contro il matrimonio dei preti, contro un effettivo riconoscimento delle Chiese protestanti.

Del resto cosa aspettarsi da un Papa che è stato professore universitario non di teologia, ma di dogmatica (e, come disse Claudio Magris, le parole sono fatti, non dimentichiamolo)?

Wojtyla dopo morto sembra aver ottenuto la sua più grande vittoria.
Speriamo che Ratzinger in un moto d’orgoglio sappia liberarsi dalle catene dogmatico-wojtylane che finora ha con apparente piacere sopportato.

A suo merito, e a nostra speranza, bisogna dire che Ratzinger è alieno dal culto della personalità. Speriamo che basi il suo papato su queste fondamenta e non sul suo integralismo rigido, vicino all’Opus Dei.

Rieccomi

Dopo quasi un mese di assenza per vacanze (spero meritate) e impegni vari, rieccomi qui.

Non vi siete liberati di me :-)

Saluti,

Mauro.

12.8.06

Una speranza per la sinistra?

E ora parliamo un po' di politica.

Premetto subito: io sono una persona di sinistra, quindi sono di parte. Però occuparsi di politica significa saper ascoltare, saper leggere e capire (attenti: capire non significa approvare, come spesso ci viene fatto credere) anche le tesi, i programmi della parte opposta. Se no, non si fa politica, ma populismo.

Il problema grosso però in questo momento sta non in noi poveri diavoli che ci occupiamo di politica, ma nella politica "professionista". In questo momento non vedo purtroppo programmi concreti da discutere, da approvare o da condannare. E non li vedo ne' a destra, ne' a sinistra, ne' tanto meno al centro.

Io vivo in Germania e quindi nel quotidiano sono più coinvolto nei fatti tedeschi, che in quelli italiani.
Nella primavera del 2005, dopo aver letto alcuni libri decisamente interessanti, scrissi per Rinascita Flash un articolo su un possibile programma per la sinistra in Germania (e in senso lato in Europa). Ve lo propongo perché alcune tesi di fondo sono tranquillamente valide anche per l'Italia (e magari prossimamente scriverò qualcosa di direttamente riferito all'Italia, prendendo spunto da alcuni interessanti libri di Bocca, Salvi e Giavazzi che ho letto di recente).

Buona lettura,

Mauro.

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Una speranza per la sinistra?

È crisi. Crisi politica, ideologica, elettorale per la sinistra. Crisi spesso personale per le persone che nella sinistra hanno creduto. E credono. E soprattutto per coloro che della sinistra e delle speranze che porta (o dovrebbe portare) hanno bisogno.

Cosa succede? Dove va la sinistra?

Tony Blair si sposta a destra e trasforma il partito laburista in una copia “telegenica” dei conservatori.
Gerhard Schröder si definisce rappresentante della “neue Mitte” e ascolta più gli industriali dei sindacati.
Piero Fassino rivaluta Craxi e si deve (o vuole?) appoggiare agli ex democristiani per battere (forse) Berlusconi.

E allora? Dove rimane e dove va la sinistra?

Questa sinistra non va da nessuna parte. Si è infilata in un vicolo cieco che può solo significare il trionfo della destra. O di una destra che usa nomi di sinistra.
Quali possono essere le ricette per cambiare la strada, per dare speranza a chi viene sempre più messo ai margini della società, sia civile che economica?

Negli ultimi tempi sono stati pubblicati qui in Germania vari libri che, di fatto, contengono non una speranza, ma un programma per la sinistra. Un programma pragmatico, realizzabile, concreto e “di sinistra”.
Libri che probabilmente Schröder e Müntefering (nonostante le sue populistiche uscite nel tentativo di ribaltare il trend per le elezioni nel Nordrhein-Westfalen) non hanno letto e non hanno nessun’intenzione di leggere. O, nella migliore delle ipotesi, non hanno capito.

È interessante partire da quanto scritto da un giornalista, non da un economista o un politico. Un giornalista non conservatore, ma non certo tacciabile di comunismo. Stiamo parlando del caporedattore degli interni della Süddeutsche Zeitung, Heribert Prantl, che nel suo ultimo libro (“Kein schöner Land”, Droemer, marzo 2005) fa un’analisi spietata della distruzione dello stato sociale con tutto ciò che comporta (e il sottotitolo è significativo: “Die Zerstörung der sozialen Gerechtigkeit“ – con accento sul fatto che “stato sociale”, di fatto, significa “giustizia sociale”).
Nel libro Prantl dimostra senza possibilità di smentita che la nuova legislazione in materia, le cosiddette riforme, sono una strada verso la povertà. Non solo per le singole persone, per le fasce più deboli, ma per lo stato tutto e in ultima analisi anche per il mondo economico. E soprattutto come questa strada può portare rischi alla pace sociale, non solo ai portafogli. Perché con i partiti popolari che si allontano dal popolo si libera spazio per il populismo. E NPD e DVÜ entrano nei parlamenti regionali.
Prantl non fornisce esplicitamente ricette per risolvere il problema, ma chi è capace di capire quanto legge e non si ferma alla lettera non può che concludere, grazie all’analisi concreta (non politica) presentata nel libro, che la strada per uscire dalla crisi è un ritorno allo stato sociale. Forse non così massiccio come negli anni ’70, ma di sicuro non quello prospettato dal “confindustriale” Schröder.

Prantl non è stato però il primo a mettere il dito nella piaga delle riforme. Qualche mese prima Albrecht Müller, economista SPD ed ex consigliere di Willy Brandt, aveva dato alle stampe un’analisi degli errori, non solo politici ma anche logici, e delle bugie che stanno dietro alle riforme (“Die Reformlüge”, Droemer, agosto 2004).
Müller elenca 40 di questi errori - divisi tra errori logici, bugie, promesse vuote – che stanno falsando il dibattito sulle riforme. Bugie ed errori che, guarda caso, portano tutti nella direzione voluta dall’industria e, soprattutto, dalla finanza. Riforme che sono solo un trionfo del cosiddetto libero mercato. Libero però non da ingerenze politiche od ostacoli statalisti, bensì da regole e doveri. Cioè selvaggio, non libero.
Müller non scrive da politico ma da economista, citando dati, numeri e mostrando tabelle. E soprattutto scrive in maniera semplice, riuscendo a farsi capire da tutti. Da tutti quelli cha hanno la voglia di capire. Alcuni argomenti presentati nel libro possono essere scomodi e forse antipatici, alcuni (molto pochi per la verità) dei 40 “errori” possono essere forse anche interpretati in maniera diversa, opposta. Ma nonostante tutto rimane una lettura utile.
Io direi necessaria.

Alle accuse, rivolte da alcuni cosiddetti “media moderati” ai due autori di cui sopra, di essersi appiattiti sulle posizioni del “traditore” Oskar Lafontaine (traditore di cosa? L’idea SPD è stata tradita da Schröder, che, di fatto, ha cacciato Lafontaine dal partito), rispondo parlando proprio del suo ultimo libro (“Politik für alle”, Econ, aprile 2005).
Questo testo fornisce per così dire un retroterra politico a quanto abbiamo visto nei libri di Prantl e Müller.
Il tema di base è sempre quello dell’ingiustizia sociale. Oltre alle conseguenze economiche della strada intrapresa dal governo, Lafontaine vede chiaramente anche il pericolo del definitivo allontanamento della politica dalla gente. Politica “per tutti” non solo nel senso che compito dello stato è quello di occuparsi di tutti i suoi cittadini (e non solo dei ricchi), ma anche nel senso che è compito dei partiti porsi in maniera tale da spingere la gente comune a occuparsi di politica, magari non in maniera attiva, ma almeno informandosi e seguendone gli sviluppi. E ciò si ottiene occupandosi delle cose concrete che riguardano la vita di tutti i giorni.
Il grosso timore di Lafontaine è una smobilitazione della democrazia, con la politica che va in direzione oligarchica e la gente comune in balia del populismo.

A una domanda però questi libri non danno risposta, almeno non esplicita.
Perché il liberismo trionfa se giova solo a pochi? La risposta banale, secondo cui trionfa perché questi “pochi” hanno il potere, non basta.
Una risposta la troviamo nell’ultimo lavoro del giornalista svizzero Jean Ziegler (“Die neuen Herrscher der Welt und ihre globalen Widersacher“, Goldmann, gennaio 2005).
Il libro non si occupa della situazione tedesca ne’ del futuro della sinistra, si occupa dei problemi della globalizzazione, però una delle tesi esposte in apertura risponde a mio parere benissimo alla domanda sul perché del trionfo del liberismo.
La finanza e in buona parte anche la politica non sono mai state sociali, l’obiettivo di un industriale o finanziere è sempre stato il massimo arricchimento personale, senza preoccupazione per le persone (dipendenti, clienti o concorrenti che siano). La divisione in blocchi, con il mondo comunista sovietico giusto fuori della porta, faceva però paura. Le elite destrorse dell’occidente temevano che i soviet potessero diventare un esempio per gli operai, i contadini, gli impiegati in Europa e Nord America, e quindi si è “inventato” lo stato sociale per tenerli buoni, per dimostrare che il sistema occidentale fosse il migliore anche per loro, non solo per i potenti.
Con la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco sovietico questa paura è finita. Non c’era più nessun sistema alternativo a cui le classi medio-basse potessero guardare, quindi sono cominciate a cadere le maschere.
Chi teneva le redini ha potuto riprendere in mano anche la frusta.

Tornando alla sinistra, bisogna comunque pragmaticamente osservare che, per essere credibili, serve anche una politica estera, non solo una politica socio-economica.
Ha la sinistra una politica estera? Forse, ma di sicuro non una politica lungimirante. Si affrontano le varie situazioni di volta in volta, quando si presentano. Nessun partito di sinistra (vera o presunta) ha un programma concreto (tranne Tony Blair, il cui programma si può riassumere nella frase “Bush ha sempre ragione”).
Una bella analisi (se non una soluzione) ce la offre il sempre lucido ex cancelliere Helmut Schmidt nel suo ultimo libro (“Die Mächte der Zukunft”, Siedler, settembre 2004). Schmidt non parla esplicitamente di politica estera della sinistra, si occupa (apparentemente) della politica dell’Europa, al di là del colore dei governi che la guidano, ma è chiaro a chiunque che sta parlando in primis ai suoi eredi nella SPD e in seconda battuta agli altri partiti socialdemocratici europei.
Schmidt non si nasconde le difficoltà concrete dell’Europa, non nega neanche che alcune difficoltà siano indipendenti dalla volontà e dalla debolezza europea, ma indica una strada. Intanto una maggiore integrazione politica, non solo economica, in maniera da poter essere un serio contraltare (e si sottolinei contraltare, non nemico) degli Stati Uniti. E poi il riuscire ad allargare lo sguardo. Smetterla di limitarsi a guardare, come nemici o come amici poco importa, solo agli USA. Non nascondersi l’ascesa anche politica di paesi come la Cina. E capire che il problema demografico del terzo mondo è anche politico, non solo sociale.
Non si ferma qui Schmidt. Ma questo può già essere una buona base per una politica estera della sinistra.

Una speranza per la sinistra? La sinistra ha bisogno di un programma, non tanto di speranze. Un programma che abbia vista lunga, magari che la faccia passare anche attraverso una sana catarsi.
Questi libri possono fornire idee per costruirlo. Basta solo che si abbia il coraggio di pensare non solo alle prossime elezioni, ma che si torni a fare politica. Con la “P” maiuscola.

2.8.06

Esco dal coro

Qualche giorno fa è stato votato in Parlamento l'indulto. Di ciò ho già parlato in breve nel mio altro blog (Pensieri eretici) e non voglio ritornarvi sopra qui.

Però una frase del guardasigilli Mastella mi ha colpito. Quando ha detto che dedica questo evento al ricordo di Wojtyla.
Forse sarebbe però il caso di guardare la figura di Wojtyla un po' più in profondità senza fermarsi alla superficie di idolo mediatico delle folle.

E al proposito scrissi un articolo per il terzo numero del 2005 di Rinascita Flash, a papa appena sepolto e nuovo papa appena eletto.

Buona lettura,

Mauro.

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Esco dal coro

È morto il Papa. Viva il Papa.

In sostanza possiamo riassumere con queste parole tutto il carnevale mediatico che è andato in scena a Roma nelle ultime settimane.
E le urla “Santo, Santo”... e i panegirici sui mezzi di informazione... e la parata di amici e nemici al funerale...
Ma è tutto oro quel che luccica?
La risposta, per quanto antipatica, è univoca e precisa: No. Anzi, d’oro (a parte il rifiuto delle due guerre del Golfo, spiegabile però come puro atto politico, destinato a rimettere il Vaticano al centro dei giochi diplomatici internazionali, non certo come atto morale) ce ne è ben poco in questo pontificato appena finito e già titolato “epocale”.

L’analisi più lucida degli atti di Wojtyla è stata operata dal teologo Hans Küng, docente di teologia all’universitá di Tubinga e uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II (dove Giovanni XXIII lo chiamò come consulente in materia teologica), pubblicata dal Corriere della Sera lo scorso 26 marzo, quando cioè Wojtyla era ancora in vita.
Egli elenca undici punti negativi che fanno del papato appena concluso non il più grande, bensì il più contradditorio (per non dire di peggio) dei tempi recenti. Ma soprattutto fanno di Wojtyla il Papa che ha riportato indietro la Chiesa, fino a prima del Concilio, se non ancora più indietro.
Tra questi punti ve ne sono alcuni estremamente forti, che dovrebbero far pensare, ma che sembra comodo dimenticare.

Come il celibato dei sacerdoti (tra le altre cose in contrasto con gli insegnamenti originari della Bibbia), che porta al crollo delle vocazioni e indirettamente agli scandali dei preti pedofili. Scandali che la Chiesa ha oltretutto sempre cercato di coprire, senza ne’ affrontare il problema alla radice ne’ punire i colpevoli (caso esemplare l’ex cardinale di Boston, Law, che è stato rimosso dalla diocesi nordamericana per vedersi assegnato un incarico di prestigio a Roma, che lo ha portato a essere uno dei quattro cardinali celebranti le messe in suffragio di Wojtyla).

Come il culto di Maria, accompagnato però dalla negazione dei diritti delle donne (e, sia detto per inciso, a mio modestissimo parere questo culto mariano puzza di eresia, in quanto elegge Maria a divinità praticamente pari a Dio, smentendo quindi il monoteismo cristiano).

Come la canonizzazione di quantità “industriali” di santi (svilendo quindi l’esempio e l’eccezionalità che dovrebbero essere connessi alla santità), ma soprattutto la canonizzazione di figure per lo meno discutibili, come Pio IX, il papa antisemita, l’imperatore asburgico Carlo I o Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, vicino al franchismo e a tutti gli intrighi finanziari possibili. E contemporaneamente ha cercato, spesso con successo, di mettere a tacere voci critiche e indipendenti all’interno della Chiesa (pensiamo a Eugen Drewermann o al vescovo di Evreux Gaillot).

Come le apparenti confessioni dei peccati e degli errori della Chiesa, senza però accompagnarle con parole chiare e con una vera autocritica: ha sempre chiesto perdono per gli errori “dei figli e delle figlie della Chiesa”, ma mai per quelli del Papa, della Chiesa come istituzione o delle sue alte gerarchie. E sempre per errori passati, ormai di interesse solo storico. Mai per gli scandali finanziari (Banca Vaticana, per esempio), per omicidi legati ad affari della Chiesa (Roberto Calvi) o per tutti i già citati scandali legati alla pedofilia.

Ma Hans Küng non è solo nella condanna. Più dura ancora è la condanna dei tanti fedeli non acritici, i tanti fedeli che credono in Dio, ma non sono stati soggiogati dal carisma mediatico del papa polacco.
Una lettrice del Corriere della Sera si chiede, in una lettera al giornale scritta dopo la morte di Wojtyla: “può essere considerato veramente un Papa al servizio dei poveri e amico dei giovani, un Papa che fino alla fine si è schierato contro ogni apertura verso il moderno, verso la libertà individuale di scelta nell'avere un figlio o non averlo, un Papa che ciecamente non ha voluto riconoscere, nella diffusione del preservativo in Africa, un'arma, forse per ora la sola, contro la diffusione dell'Aids? Non poteva, perché lui rappresentava la Chiesa? Ma chi altri, se non il «capo» della Chiesa terrena, poteva farlo?”.

Ma possono milioni di persone, soprattutto milioni di giovani sbagliarsi così radicalmente sulla figura di Wojtyla e chiederne la santificazione immediata?
Sì, possono.
Non dimentichiamoci che la società attuale è una società mediatica. Le persone vengono giudicate non in base agli atti e alle parole, ma in base al carisma che riescono a trasmettere attraverso i media, tradizionali e non. Non per niente, oggi hanno successo persone come Berlusconi, Blair, Wojtyla, persone che 50 anni fa, senza TV, non avrebbero certo potuto smuovere le masse. Figure che non parlano alla gente, alle persone, ma parlano al pubblico, agli spettatori.
E vengono seguiti da folle acritiche, folle che non hanno bisogno di una guida, ma di chi pensi per loro.

Come spiegare se no il culto tributato dai giovani al Papa più reazionario (ha rinnegato la collegialità del Papa con i vescovi, sancita dal Concilio Vaticano II, per accentrare tutto il potere in sé, come i papa-re di antica memoria), più antisociale (come si fa condannare la contraccezione in una messa tenuta vicino alle favelas brasiliane?), più egoista (sì anche egoista: miliardi e miliardi buttati in viaggi di cosiddetta evangelizzazione, con costi per il Vaticano e per i paesi ospitanti, spesso poveri, senza mai un atto concreto per alleviare la povertà, la fame, i bisogni di miliardi di persone) del ‘900?
Lo si può spiegare appunto solo con l’intellegente sfruttamento della comunicazione, dell’immagine, dei media.
Un Papa che fino all’ultimo è riuscito a curare il proprio culto della personalità (di fatto tanto simile a quello dei dittatori nordcoreani), a crogiolarsi nella propria auto-divinizzazione fino quasi a credersi non il rappresentante di Dio, bensì Dio stesso, esibendo la propria morte in pubblico, illudendosi forse di poterla vincere, come fece Cristo.

E ci sarebbero ancora tanti esempi che rendono questo Papa perlomeno discutibile.

Vorrei chiudere ricordando una foto, un perfetto esempio di questo papato.
Wojtyla che si affaccia sul balcone del palazzo presidenziale di Santiago del Cile nel 1987 in compagnia di Augusto Pinochet, al quale strinse la mano e col quale si intrattenne e a cui non chiese conto delle torture, degli omicidi, delle sparizioni avvenute a migliaia sotto la sua dittatura.
E prima e dopo questa foto, la lotta senza quartiere contro la Teologia della Liberazione, il movimento che cercava per prima cosa di affrancare gli abitanti delle favelas dalla povertà, vista giustamente come problema più drammatico rispetto al peccato.

Amen.

27.7.06

Genova - Famosa e sconosciuta

Siamo in estate, in tempo di vacanze, quindi mi permetto oggi di inserire qui un articolo un po' "turistico", invitandovi a usarlo come piccola guida per scoprire o riscoprire la città più bella del mondo: Genova.

L'articolo è stato pubblicato sul numero 11 (estate 1999) della rivista studentesca ONDE.

Buona lettura,

Mauro.

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Una città tra i monti e il mare

Genova - Famosa e sconosciuta

Tutti sanno dove si trova, e molti credono di conoscerla. Sulla sua storia commerciale e militare si è scritto molto. Ma com'è veramente Genova? Cosa si nasconde nel suo cuore? Pochi conoscono i tesori d'arte dei suoi palazzi, quasi nessuno conosce l'atmosfera delle sue strade. Genova non è solo una città, è un mondo.

Genova. “La Superba” - “Die Stolze”. Alzi la mano chi ha almeno una volta sentito questo nome, chi crede di sapere almeno qualcosa di Genova. Bene, vedo tante mani alzate, ma chi la conosce veramente? Pochi, forse nessuno, per questo oggi vorrei invitarvi a passeggiare con me per le strade di questa illustre sconosciuta.

Eccoci allora in Piazza De Ferrari, il cuore geografico (e non solo) della città. Penso che la nostra passeggiata possa partire di qui, dove la Genova degli affari regna e dove la sera si sveglia la Genova dei locali, dei cinema, dei teatri, insomma la Genova del divertimento.
Da qui, dalla Genova costruita tra la fine dell’Ottocento e il Ventennio, basta fare pochi passi per raggiungere il vero cuore storico e vitale della città: il centro storico, i carruggi. Questa città vecchia è la più grande d’Europa, un incredibile dedalo di viuzze, alcune strettissime, alcune più larghe, che qua e là si aprono in splendide piazzette e dietro un angolo ospitano squarci di mare mentre dietro il successivo si vedono i monti.
E voltando le spalle a Piazza De Ferrari, prima di entrare nel centro storico, troviamo l’imponente Palazzo Ducale, centro di potere civile e militare quando Genova era una repubblica indipendente, oggi uno dei più grandi e affascinanti centri artistico-espositivi d’Italia e sul cui torrione medievale sventola sempre la bandiera genovese (casualmente uguale a quella inglese: croce rossa in campo bianco - forse anche per questo, oltre che per tanti altri motivi, Genova era chiamata la “città più inglese del Mediterraneo”).

Nell’intrico di vie della città vecchia, formatosi nel corso di due millenni, si possono trovare alcuni tra i palazzi più belli d’Italia, testimoni dei secoli d’oro della Superba, quando Genova si contendeva con Venezia il dominio del Mediterraneo.
Palazzi come Palazzo Spinola di Pellicceria, oggi museo di proprietà dello Stato, mostrano al visitatore imponenti facciate e gli permettono di visitare lussuosissimi interni, spesso (come nel caso dei palazzi di Via Garibaldi) decorati con tele dei più grandi pittori fiamminghi (Rubens o Van Dyck per esempio) e non solo.
Anche le chiese della città vecchia sono dei gioielli, come la da poco restaurata San Luca, cappella privata ma aperta al pubblico, con decorazioni barocche splendide e leggere. Oppure San Matteo, chiesa della famiglia Doria, una delle famiglie più potenti (insieme agli Spinola e ai Fieschi) della storia genovese, e circondata dai palazzi dei vari componenti la famiglia, uno dei quali ospita lo studio genovese di Renzo Piano, autore del progetto per la ricostruzione della Potsdamer Platz di Berlino.

Ma la città vecchia non è solo monumenti e musei, è anche vita, è anche gente, è questo e tanto altro.
Mentre scendiamo da De Ferrari verso l’angiporto sentiamo infatti venirci incontro un mondo intero: non sentiamo più solo l’italiano (o il dialetto) dei genovesi e il giapponese onnipresente dei turisti che vedono tutto attraverso l’obiettivo fotografico e non guardano mai niente coi propri occhi. Cominciamo a sentire l’inglese e il tedesco non solo dei turisti più attenti alla storia, ma anche dei commercianti o degli imprenditori fermatisi qui per fare affari col porto. Cominciamo a sentire l’arabo o lo swahili degli immigrati africani che offrono la loro merce variopinta. Cominciamo a sentire lo spagnolo o l’hindi di marinai di passaggio. Cominciamo a sentire il francese dei pellegrini di Saint Tropez venuti perché a Genova c’è l’unica chiesa al mondo dedicata al santo che dà il nome alla loro città (San Torpete). E mille altre lingue e dialetti presenti per i più svariati motivi.

E mentre scendiamo verso il porto, possiamo fare una sosta presso la pasticceria Klainguti (in origine Kleingut, fondata da una famiglia svizzera e costretta a cambiare nome sotto il fascismo - chissà perché però le venne consentito di conservare la “K”, lettera non certo italiana) o presso la dirimpettaia pasticceria Romanengo, le due migliori della città.
E scendendo ancora cominciamo a sentire gli odori dei negozi di spezie, provenienti da ogni angolo del mondo. Ecco, in questa via siamo sulla Riviera Ligure, girato l’angolo siamo nell’Arabia profonda e dopo quella piazzetta comincia la Cina dei mille fiori.
E, all’improvviso, Piazza Banchi col suo mercato di fiori, verdure e frutta dai mille colori e girato quell’angolo finalmente il mare, il vero re di Genova.
Piazza Caricamento, con l’affrescato Palazzo San Giorgio e il porto antico, riportato a splendore nuovo, e antico al tempo stesso, al tempo delle manifestazioni Colombiane del 1992. Perdiamoci a girare per l’Acquario, il più grande d’Europa o per le sale del museo del mare. O, più semplicemente sediamoci a riposare su una panchina e godiamoci il rumore e l’odore del mare. E se siamo d’inverno possiamo anche goderci lo spettacolo della pista per pattinaggio su ghiaccio costruita sul mare.

Voltando le spalle al mare vediamo la corona di monti che, imponente, circonda la città. Genova: una città di mare costruita in montagna oppure una città di montagna che giace sul mare. Come preferite.
Seguitemi, incamminiamoci su per questi monti, passando vicino al Museo Chiossone (la più importante collezione mondiale di arte e cultura giapponese fuori dal Giappone) e inerpicandoci per le strade che portano al Righi, il primo di questi monti, amato dai genovesi per i panorami che da lì si godono e dalle coppiette per gli angoli romantici che offre.
Ma possiamo andare ancora più in alto, raggiungere il Forte Sperone o una delle altre fortezze costruite attorno alla città. Una serie di imponenti costruzioni militari che circondano la città, sistema di difesa secondo solo alla grande muraglia cinese.
E da qui il panorama é veramente mozzafiato: ai nostri piedi la città, schiacciata tra mare e monti, col suo porto, i suoi parchi e le sue case strette e alte. Ai lati la Riviera: si può guardare a ovest ben oltre Savona, mentre a est il promontorio di Portofino blocca la visuale. E nelle giornate più limpide, quando il cielo e la luce sono perfetti, si può persino intravedere la Corsica.
Siamo quasi a 1000 metri d’altezza, ma la città, che da qui sembra silenziosa, è subito lì sotto: 5 chilometri e siamo in centro o sul mare.

Scendiamo di nuovo verso il porto e saliamo su uno dei vaporetti che fanno servizio pubblico.
Passiamo sotto la Lanterna, il simbolo della città, un faro unico al mondo per eleganza e bellezza, sfioriamo le navi di ogni tipo e dimensione che entrano e escono dal porto e dirigiamoci verso est.
Passiamo così davanti a Boccadasse, angolo idilliaco in mezzo alla città. Fino a meno di due secoli fa era un piccolo borgo di pescatori subito fuori le mura, poi la città crescendo lo ha circondato, lasciandolo però intatto. Oggi la spiaggetta circondata da vecchie case di pescatori affacciate sull’insenatura sembra ancora persa lontano dalla città, che è tutto attorno ma non si vede e non si sente.
E arriviamo infine a Nervi, estrema propaggine orientale della città, con la sua passeggiata a mare direttamente sugli scogli, i suoi parchi, il rumore della risacca e i profumi degli oleandri, dei limoni, degli aloe.

E ci sarebbe ancora tanto da vedere. L’altra passeggiata a mare, quella di Pegli. I panorami dal Belvedere di Castelletto. Punta Martin, una scheggia di Dolomiti a pochi passi dalla città. Innumerevoli musei e locali caratteristici. E altro ancora.
Ma vi ho già fatto camminare abbastanza per oggi, fermiamoci a mangiare un piatto di trenette al pesto accompagnate da un buon Cinque Terre in una delle vecchie trattorie senza lusso, ma con ottima cucina, e poi andiamo a passare la serata in qualche locale o teatro del centro storico. Da dove hanno spiccato il volo la musica di Fabrizio De André, l’ironia di Beppe Grillo, l’arte drammatica di Vittorio Gassman, le visioni di Lele Luzzati. Perché Genova, non dimentichiamolo, é anche fucina teatrale e musicale. Una delle punte di diamante del panorama italiano.

18.7.06

Pausa

Il blog si prende qualche giorno di libertà :-)

Ci rileggiamo tra una settimana.

Saluti,

Mauro.

14.7.06

Il Capitale: da Marx a Schröder, da Engels a D’Alema

Da tempo ormai si discute sulla fine del comunismo e su cosa si possa salvare delle idee di Marx nonostante le sue profezie non si siano avverate. Per la precisione dalla caduta del muro di Berlino con il trionfo (o presunto tale) del libero mercato.

Ma siamo sicuri che le profezie di Marx non si siano avverate? Io non ne sono proprio sicuro, almeno non del tutto.
L'unico problema è che coloro che guidano oggi la sinistra non se ne sono accorti. Sempre che ancora di sinistra si possa parlare.

Al proposito ho scritto il seguente articolo per il primo numero del 2006 di Rinascita Flash.

Buona lettura,

Mauro.

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Il Capitale: da Marx a Schröder, da Engels a D’Alema

Marx aveva ragione.
Proprio ora che il comunismo è crollato, che l’URSS non c’è più e che la Cina si sta aprendo al capitale, veniamo a dire che Marx aveva ragione. Ma se aveva ragione, perché i regimi basati sul suo insegnamento sono crollati?

Siamo sicuri che detti regimi nascessero dall’insegnamento suo (e di Engels e altri)? O, se veramente così fosse, che tale insegnamento fosse stato capito?

Cominciamo col ricordare che Marx era un economista e un filosofo, prima che un politico. E la sua analisi spiegava per prima cosa in quali condizioni doveva trovarsi la società per poter dare il via all’instaurazione di un governo comunista. E solo dopo spiegava che tipo di governo avrebbe dovuto essere.
I suoi epigoni nei paesi cosiddetti comunisti hanno, nella migliore delle ipotesi, invertito i termini. Prima hanno instaurato dato governo e poi hanno cercato di far sì che la società arrivasse al punto previsto da Marx.

Ma oggi, anno 2005, la società (negativa) ipotizzata da Marx come punto ultimo del capitalismo si è realizzata. Anche se tutti gli economisti “moderni” (liberisti compresi) la ritenevano un’esagerazione, essa oggi esiste.
Se questa società sarà anche capace di provocare una reazione che porti all’instaurazione di un vero comunismo o comunque un cambiamento lo vedremo negli anni a venire. E sinceramente (positivo o negativo che sia un tale sviluppo) su questo c’è tutto il motivo di essere scettici, non essendoci partiti in grado di incarnare questa speranza.

Torniamo ora però all’origine: quale società aveva previsto Marx come apice del capitalismo? Appunto il capitalismo nel senso più puro e verace del termine: una società regolata dal capitale, non dall’uomo, non dall’industria, non dalla produzione, ma dal denaro stesso. Una società dove il denaro non è più il mezzo per ottenere qualcosa, ma dove il denaro è il solo e unico fine, dove il resto è un mezzo per ottenere denaro.
E oggi siamo in questa situazione: la finanza ha soppiantato l’industria. Non solo l’operaio, ma la fabbrica stessa è diventata solo una vacca da mungere nel più breve tempo possibile. Ciò che conta è la rendita, non la produttività. L’operaio, il minatore, il bracciante non sono neanche più uno schiavo per produrre, ma solo voci nella colonna delle spese.
E così si spiega che la Deutsche Bank, per esempio, raggiunge profitti record e subito dopo annuncia di voler tagliare migliaia di posti di lavoro. E questo annuncio fa salire le quotazioni in borsa.

La forbice tra ricchezza e povertà si allarga sempre di più, e in mezzo rimangono sempre meno persone. I ricchi crescono (poco) di numero e i poveri anche (ma tanto, non poco). Quello che un tempo definivamo ceto medio sta lentamente sparendo.
E non si parla di Cina o India, ma di Italia (leggasi: Dario Di Vico e Emiliano Fittipaldi, “Profondo Italia”, BUR, settembre 2004), Germania (leggasi: Arbeitsgruppe Alternative Wirtschaftspolitik, “Memorandum 2005”, PapyRossa, aprile 2005), Austria (leggasi: Hans Weiss e Ernst Schmiederer, “Asoziale Marktwirtschaft”, Kiepenheuer & Witsch, maggio 2005 - libro che parla anche di Germania, non solo di Austria). E del resto dell’Occidente.
E questa divisione è accompagnata da una sempre minore coscienza sociale delle classi dominanti. Un tempo gli industriali, magari più per lavarsi la coscienza che per vera comprensione e compassione dei problemi degli operai, costruivano ospedali, biblioteche, teatri o altro. Lo facevano anche perché conoscevano le facce dei poveri. La fabbrica era il loro mondo e ciò che vedi colpisce molto di più di ciò che solo leggi o ti viene raccontato.
Oggi non c’è più quell’industriale, c’è il finanziere che vive nel suo ufficio, che non ha mai messo piede in un fabbrica (neanche nell’ovattato ufficio del direttore di stabilimento), che non ha mai visto la faccia di un operaio o di un impiegato.

L’impersonalità, l’isolamento. O la vergogna, per dirla con Jean Ziegler (“Das Imperium der Schande”, C. Bertelsmann, 2005).
O meglio ancora il male, come aveva già capito decenni fa Bertolt Brecht, il quale disse: "Oggi il male ha un indirizzo. E anche un numero di telefono", pensando alle sedi delle grandi multinazionali.
E dai tempi di Brecht le cose si sono ancora più estremizzate. Basti pensare che oggi le 500 più grandi aziende (e con aziende non intendiamo la fabbrica, la singola marca, ma le holding, le strutture finanziarie) controllano più della metà del prodotto mondiale. E danno lavoro a sempre meno operai e impiegati.

Siamo appunto arrivati nelle condizioni previste da Marx: il capitale, impersonale, regna. Non il capitalista o l’industriale, ma il capitale stesso.
E questa società capitalista-finanziaria era il punto da cui Marx faceva partire la possibilità di una rivoluzione comunista. Non la società industriale dell’Inghilterra o della Germania dell’800, né tanto meno la società contadina della Russia o della Cina del ‘900.

Cosa succederà nei prossimi anni? È difficile da prevedere, dato che la variabili in gioco sono tante, ma di sicuro non ci aspettano tempi rosei.
Forse tornerà una coscienza sociale grazie alla sofferenza comune di tanti, forse le grandi aziende metteranno le mani definitivamente anche su eserciti, polizia e simili per non avere più bisogno della struttura stato, forse il capitale crollerà da solo perché senza beni da vendere e comprare... a cosa serve il denaro?

Di sicuro Marx e Engels avevano visto lontano.
Schröder, D’Alema e gli altri leader della sinistra, col loro piegarsi alle leggi del mercato (cioè del capitale) senza capire che è un vicolo cieco, non vedono altrettanto lontano. E rischiano di tagliare loro stessi le ali al cambiamento che può nascere dalla base, dal popolo.

2.7.06

Dittatura culturale? Cultura dittatoriale?

Verso la fine del primo governo di centro-sinistra, all'inizio del 2001, si facevano sempre più "tonanti" le lamentele della destra riguardo alla presunta egemonia culturale della sinistra, all'occupazione della cultura e dell'informazione da parte dei "comunisti".

Come chiunque può facilmente capire, la realtà era il contrario: la destra (soprattutto quella legata al Vaticano) controllava (e controlla!) informazione e cultura. E io ne scrissi sulla rivista di Contrasto di Amburgo.

Oggi, dopo 5 anni di governo Berlusconi la situazione è, se possibile, ulteriormente peggiorata e non so se il nuovo governo di centro-sinistra avrà la forza di cambiare qualcosa.
Rispetto a 5 anni fa i nomi di alcuni protagonisti sono cambiati (o hanno cambiato schieramento), ma la sostanza dell'articolo rimane valida, quindi ve lo ripropongo.

Soprattutto considerando la (oserei dire profetica) conclusione dell'articolo.

Buona lettura,

Mauro.

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Dittatura culturale? Cultura dittatoriale?

In Italia la cultura, l’informazione, l’istruzione sono feudo della sinistra. E perciò false e piene di pregiudizi. Tutto va riscritto, tutto va ripulito. In particolare i libri scolastici, che lavano il cervello ai giovani, impedendogli di formarsi idee proprie, corrette e democratiche.

Fantapolitica? Cinema? Satira?

No, purtroppo no: è la tesi del presidente della Regione Lazio, Storace, tesi sorretta da un’offensiva senza precedenti della stampa conservatrice, dei partiti di destra e del Vaticano.

Allora, la riscossa dell’impero sovietico, delle dittature staliniane sta cominciando dall’Italia?
Così sembrerebbe, a leggere i vari Montanelli, Sartori o Galli della Loggia. I guru del giornalismo e della politologia hanno scoperto la causa di tutti i mali del mondo: la sinistra italiana!
Cosa c’è di vero in tutto ciò?
Il fatto stesso che questi signori scrivano e mentano liberamente sui giornali più in vista e che siano ascoltati dalla stampa e dalla televisione tutta, dimostra l’assurdità dell’assunto. Da sempre è la cultura dominante, di regime che può lamentarsi sui grandi mezzi di informazione di essere combattuta e censurata. La cultura non di regime ha accesso solo a mezzi di informazione minori.

Al proposito possiamo anche vedere cosa si sa della storia del dopoguerra.

Tutti conoscono l’operato delle Brigate Rosse, ma pochi ricordano Borghese o Di Lorenzo. Eppure i secondi avevano concreti piani per instaurare una dittatura. Le BR no. Pochi ricordano che è stata la stessa sinistra a impedire il successo delle BR, mentre la destra non ha mai cercato di fermare le bande neofasciste degli anni ‘60-’70.
Andando più indietro, tutti hanno “imparato” cosa sono le foibe del Carso (dimenticando che vi sono sepolte anche vittime del fascismo), ma San Sabba o Fossoli sono conoscenze di pochi.

Allora, cosa succede? Perché la sinistra non reagisce? La destra di fatto domina, perché si lamenta?
Lo spazio è troppo poco per un’analisi completa, però...

La destra ha vinto la terza guerra mondiale, quella “fredda”, e come sappiamo la storia la scrivono i vincitori, non gli sconfitti.
La sinistra non reagisce. Quale sinistra? Quella di governo? Ma quella da tempo non è più sinistra. Che motivo avrebbe di reagire?

Perché ora questa offensiva? Il vero obiettivo è la scuola. O meglio: la privatizzazione della scuola. Solo delegittimando ciò che è la scuola pubblica, si riuscirà a svenderla. A chi? Chiedete a Berlusconi e in Vaticano.

25.6.06

L'enciclica di Ratzinger

A gennaio di quest'anno, Ratzinger ha pubblicato la sua prima enciclica.
Al proposito c'era molta curiosità: si voleva capire se e quanto Ratztinger si sarebbe allontanato dall'esempio di Wojtyla.

Dato che un evento del genere era anche un'ottima occasione per fare un primo bilancio dell'attività del nuovo papa, mi sono andato a leggere l'enciclica e ne ho scritto sulla rivista Rinascita Flash.

Buona lettura,

Mauro.

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L’enciclica di Ratzinger

È passato ormai quasi un anno dall’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio (era il 19 aprile 2005), e si può quindi tentare di fare un primo bilancio del suo pontificato.
A maggior ragione dopo la pubblicazione, il 25 gennaio 2006, della sua prima enciclica (“Deus Caritas est”, nella traduzione italiana “Dio è amore”).

Partiamo proprio dall’enciclica.

In tutta sincerità, il giudizio su detta enciclica potrebbe essere molto breve. Basterebbe dire: “Una delusione”. Dal punto di vista laico, ma anche dal punto di vista teologico.
Ma perché è una delusione?

Il punto centrale attorno a cui ruotano le pagine dell’enciclica (scaricabile, per chi fosse interessato, dal sito www.vatican.va) è l’amore di Dio, o meglio il fatto che Dio è l’amore stesso.
Questo concetto, per un credente, non è certo una novità e neanche un così astruso da aver bisogno di essere spiegato. Per chi ha fede è una verità semplice e lampante. Oltretutto sono già state scritte in passato pagine splendide sull’argomento, sia da religiosi che da laici, e quasi ogni sacerdote del mondo ha prima o poi tenuto un’omelia sul tema.
Perché quindi il papa (o meglio chi scrive per lui – non dimentichiamo che, nonostante le affermazioni contrarie del Vaticano, le encicliche, come i discorsi papali, vengono scritti dalla segreteria del papa e questi fornisce al massimo delle linee guida per la scrittura oltra ad apporre alla fine sigillo e firma) ritiene di dovervi dedicare addirittura un’enciclica?
Il commento ironico che potrebbe venire spontaneo, e cioè che fosse a corto di argomenti, non regge. Le encicliche non hanno scadenze obbligatorie, quindi se un papa non ha nulla da dire, o non vuole esprimersi, è sufficiente non scrivere. Nessuno lo condannerebbe.

Quindi Ratzinger aveva qualcosa da dire. Cosa?
Il senso vero dell’enciclica lo si legge tra le righe, come spesso nei documenti vaticani, però è evidente, quasi esplicito.
L’enciclica è un ribadire la linea dura del Vaticano sui temi matrimoniali, sessuali e simili.
La prima parte comincia con una specie di studio semantico della parola “amore”. Cita le tre varianti greche del vocabolo (“eros”, “philia” e “agape”), spiegando come la Bibbia prediliga la terza a scapito soprattutto dell’”eros”. E questo già ci dice chiaramente in che direzione vuole andare.
L’apertura del discorso sulle differenze tra “eros” e “agape” (la “philia”, cioè l’amore inteso in senso di amicizia, sembra interessare poco a Ratzinger) è tutta un programma: «All’amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo s’impone all’essere umano». E così tutti i rapporti che non rientrano nel classico concetto matrimoniale vaticano sono sistemati. Non serve neanche condannarli perché in realtà neanche esistono, sono forzature che gli esseri umani in realtà neanche vogliono.
Ancora più interessante è la conta di quante volte la parole “eros” è presente nella Bibbia: solo due volte nell’antico testamento e nessuna nel nuovo. Come dire: l’amore non erotico è meglio.
Ratzinger dimentica però che l’antico testamento è stato scritto originariamente in gran parte non in greco e che la traduzione greca è già di epoca cristiana. Il papa ha contato la parola sbagliata. Perché non ci dice come erano scritti gli originali aramaici, per esempio? Perché non si preoccupa neanche di dire che lui non ha preso in considerazione l’origine prima dei testi?

Passato questo primo scoglio si prosegue nella lettura e si scopre il nulla. La prima parte è un “taglia e cuci” di citazioni storiche e letterarie senza nulla di concreto, con l’unico scopo prima di confutare l’affermazione freudiana (in realtà corretta, per quanto un po’ estremizzata) secondo cui il cristianesimo ha ucciso l’eros e poi di dimostrare che di qualsiasi tipo di amore si parli esso tende alla fine per forza a Dio.
Scopi entrambi falliti, almeno nell’enciclica, in quanto inseguiti con affermazioni e non con dimostrazioni (e poi, sinceramente, a copiare passi dei profeti e dei vangeli basta un copista, non serve un papa).

Nella seconda parte dell’enciclica entra in gioco esplicitamente la chiesa, quale “comunità d’amore”.
A parte il fatto che sulla chiesa si potrebbe dire di tutto, tranne che sia una comunità d’amore (chiedere, per esempio, conferma agli indios dell’America latina o alle vittime dell’Inquisizione), le pagine che compongono questa parte sono una deludentissima rimasticatura di scritti dei papati precedenti e, forse soprattutto, della CEI.
Non vale quindi la pena di analizzare in dettaglio la cosa, a parte un ben preciso punto, il punto 28, che tocca il rapporto tra Stato e chiesa.

Si comincia con «Il giusto ordine della società e dello Stato è compito della politica». Giusto, ineccepibile. Quindi sarebbe il caso di far sapere a Ruini (che detta le linee guida al governo italiano) e a Berlusconi (che finanzia le scuole cattoliche togliendo fondi a quelle pubbliche) che la chiesa si occupa di religione e lo Stato di politica. Non viceversa.
Verrebbe quasi da chiedersi se Ratzinger è a conoscenza delle ingerenze continue e profonde della chiesa nella politica italiana o se invece viva su una nuvoletta dove non gli arriva notizia di nulla.
La frase «Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, cioè la distinzione tra Stato e Chiesa» appare sinceramente come uno scherzo di cattivo gusto, alla luce del comportamento del Vaticano in occasione degli ultimi referenda e delle continue esternazioni di Ruini in campo politico.
Però più avanti Ratzinger getta la maschera, quando parla della necessità della politica di adoperarsi per la giustizia, il che sarebbe anche giusto e condivisibile se non aggiungesse «In questo punto politica e fede si toccano». Insomma, la quadratura del cerchio: la chiesa non deve fare politica, ma la politica deve basarsi sulla fede.
Dobbiamo forse escludere atei, agnostici e simili dall’esercizio della politica?

L’enciclica prosegue con la descrizione dell’impegno della Chiesa per la giustizia e la carità. Tutto sommato, una raccolta di banalità leggibili su qualsiasi bollettino parocchiale del mondo.

La delusione più grossa, arrivati alla fine della lettura, non è comunque politica o religiosa, ma culturale.
Da una persone con gli studi e il passato di Ratzinger ci si sarebbe aspettato qualcosa di più profondo, di più articolato (al di là del condivisibile o meno), non una raccolta di banalitá che non dicono quasi nulla (e quel poco che dicono non è comunque nuovo).
Troppe citazioni e troppo pochi pensieri.
Ma forse, guardando il passato recente di Ratzinger, meglio così.

Sul giudizio di questo quasi primo anno di papato pesano negativamente anche altri fatti, non solo l’enciclica.
Per ragioni di spazio mi limiterò qui a un brevissimo panorama, rinviando un esame più dettagliato al futuro, se se ne dovesse presentare l’occasione.

Dell’ingerenza nella politica italiana si è detto sopra.
Riguardo al campo sociale questo papato conferma tutte le chiusure del papato precedente, con particolare riguardo a temi come aborto ed eutanasia, dove forse si sta confermando ancora più duro nei fatti di Wojtyla, pur usando parole più morbide.
Nell’orientamento generale del governo della chiesa si orienta al passato più remoto, alla chiesa antecedente alla prima scissione (quindi prima del 1054), cioè alla chiesa depositaria dell’unica assoluta verità. Non solo celeste, ma anche terrena.

E, a dimostrazione di quanto il Vaticano tenga in considerazione il dialogo interconfessionale, ha ricevuto e lodato in udienza privata il 26 agosto 2005 la cristianissima Oriana Fallaci, cultrice dell’odio contro l’Islam e della superiorità della cultura cristiana.

Unico segnale positivo per ora è l’apertura a un certo dialogo con coloro che un tempo sarebbero stati giudicati eretici, come il teologo Hans Küng o il vescovo scomunicato Bernard Fellay.

Sinceramente, un po’ poco.

21.6.06

Un calcio al calcio

In questi giorni il calcio sta dominando la stampa: da una parte i campionati del mondo in Germania, dall'altra lo scandalo "Juventus" in Italia. Perciò mi pare giusto cominciare con un articolo pubblicato ormai un po' di anni fa sulla pagina web di un gruppo un po' particolare di tifosi del Genoa, i Druidi, e ripubblicato in versione bilingue (italiano e tedesco) nel 2005 sulla rivista Der tödliche Pass. Buona lettura, Mauro. --- Un calcio al calcio Quali sono le vere cause della crisi? Il calcio sta scoppiando. Così tutti ci dicono. Ma non diciamo cazzate! Parole, parole, parole. Semmai il calcio si purgherà e tornerà a essere quello che era e che dovrebbe essere, quello vero: un gioco, uno svago, uno sport. Quando il bubbone scoppierà, gli idoli torneranno a essere uomini, i risultati torneranno a essere sportivi, i telespettatori torneranno a essere spettatori. Ma per far sì che tutto ciò si realizzi dovranno accadere due cose: - il calcio deve smettere di essere finanziariamente e penalmente una zona franca; - i veri colpevoli della degenerazione (e vi sorprenderà scoprire chi sono) devono aprire gli occhi. Il primo punto però ha come imprescindibile condizione, per poter essere realizzato, l’avverarsi del secondo punto. Serve una totale, crudele e spietata presa di coscienza, da parte dei colpevoli, del vuoto e dell’inumanità in cui si sono calati. Cerchiamoli questi colpevoli, allora. Sono i calciatori? In effetti, hanno pretese assurde, vogliono guadagnare più di un industriale senza però correre i suoi rischi. Sono diventati viziati e prepotenti, si credono al disopra dei comuni mortali. Sono presidenti e dirigenti? In effetti, hanno lucrato sul calcio, hanno approfittato dello sport per lavare soldi, per farsi pubblicità, per instaurare contatti politici e per conquistare spazi che senza la scorciatoia calcio non avrebbero avuto. Sono i giornalisti? In effetti, con la loro caccia al lettore e all’audience non fanno altro che gettare benzina sul fuoco. Solleticano i bassi istinti del popolino, magari anche con l’obiettivo di ingraziarsi il potente calcio-politicante di turno. Sono i politici? In effetti, il calcio, lo sport più amato dagli italiani, è per loro un ottimo strumento per la conquista del consenso e per l’anestetizzazione dei cervelli. Il calcio oppio dei popoli, per parafrasare Marx. “Panem et circenses”, ma almeno ai romani si dava anche il panem… Voi chi scegliete come categoria colpevole? La prima? Ragazzetti in mutande che corrono dietro a una palla e poi si atteggiano a divi, possedendo la cultura di un’ameba? La seconda? Imprenditori “seri” che sembrano lobotomizzati quando si danno al calcio e buttano i soldi dalla finestra? La terza? Giornalisti impegnati a dimostrarci che i grandi problemi non sono fame e guerre, ma calcio e calci? La quarta? Politici che lottano contro la disoccupazione dei calciatori, tanto gli operai chi sono? Io vi porgo allora una quinta domanda: chi permette a quelle categorie di fare ciò che fanno, impunemente? Sì, giusto, vedo che avete capito: i tifosi. I primi colpevoli, anche se (forse) inconsapevoli sono loro. Mettano la testa a posto (e non mi riferisco alla violenza negli stadi, quella c’è anche fuori, solo che fuori non ci sono le telecamere), si facciano in blocco un serio e completo esame di coscienza e vedrete che le altre categorie saranno volenti o nolenti costrette a seguire. Chi è che da modo al calciatore di credersi divino urlandogli “Sei un dio!”? Chi è che permette al presidente buttare soldi che servirebbero ad aziende vere sostenendo che è il tifoso il vero padrone? Chi è che “paga” lo stipendio al giornalista comprando i quotidiani sportivi e guardando trasmissioni imbecilli? Chi è che vota il politico che si impegna per lo “sport”, cioè per l’assurdo baraccone oppiaceo del calcio? Sempre lo stesso imbecille: il tifoso! Piantiamola una buona volta! Rimettiamo la testa a posto e ragioniamo! Il calciatore non è un dio, è un uomo che fa un lavoro come un altro. Anzi molto meno pericoloso e produttivo di un altro. Se Totti è un dio, allora Umberto Veronesi chi è? Se Del Piero è celestiale, allora Francesco Saverio Borrelli cosa è? Certo, un Silvio Garattini si limita a salvare una vita per volta, Baggio delizia quarantamila cretini a botta… una differenza non da poco, vero? Svegliatevi, fate gli striscioni per chi fa qualcosa di serio e non per chi gioca invece che lavorare! A chi appartiene la squadra? Ai tifosi, dato che sono loro a pagare il biglietto allo stadio? Cosa, come, ho sentito bene? Allora, dato che io ho comprato una cucina a gas Siemens, sono diventato padrone dell’azienda Siemens, giusto? Ma andate a… La squadra appartiene a chi ha comprato le azioni e il giorno che il tifoso riconoscerà questa semplice verità, allora il padrone sarà costretto a comportarsi con la gestione come si comporta con la gestione di qualsiasi altro tipo di azienda. La moviola è importante, vero? Le dotte dissertazioni di scribacchini e biscardosauri decidono giustamente delle sorti della politica interna ed estera. Vuoi mettere l’importanza del capire se il fallo era dentro o fuori del cerchio di centrocampo? E di quello che c’è dentro il cerchio della scatola cranica ce ne siamo dimenticati? Al telegiornale mezz’ora per il tuffo in area di Pippo la pippa e tre minuti per lo sciopero di mille operai che rischiano di finire in mezzo alla strada con tutte le loro famiglie? E allora cambiate telegiornale, guardatene uno più serio, deficienti! Il politico fa le leggi a favore del calcio, giusto, sacrosanto, bisogna salvare ciò che al popolo piace… cosa piace al popolo? Il calcio? E allora che c’entrano questa serie A e questa serie B? Dov’è il calcio? Comunque è giusto, Galliani e Sensi devono poter rimanere in sella, vorreste mica vedere personcine così per bene disoccupate? Cari tifosi della Fiorentina o della Florentia Viola… per Rui Costa e Di Livio siete scesi in piazza, ma dove eravate quando hanno rischiato di chiudere la Nuovo Pignone e le Officine Galileo? Perché non avete inneggiato a Giuseppe Montale, operaio, 45 anni, 1200 euro al mese, 2 figli e nessun futuro lavorativo perché troppo vecchio? Cari tifosi, fate schifo.

20.6.06

E siccome un blog non mi bastava...

...ne ho pensato un altro, nel quale pian piano vi propinerò tutti gli articoli di stampo giornalistico, anche quelli per un motivo o per l'altro non pubblicati, della mia ormai lunga carriera di giornalista amatoriale ;-)

In alcuni articoli dovrò aggiungere delle appendici che spieghino eventualmente i fatti relativi al tema dell'articolo, ma avvenuti dopo la stesura dell'articolo stesso.

In effetti, a pensarci bene, questo più che un blog, potrebbe benissimo essere considerato una raccolta, una specie di libro in rete...

E magari i vostri (graditi e attesi, sia negativi che positivi) commenti forniranno materiali per altri nuovi articoli. Perché no? :-)

State pronti a leggere di tutto.

Saluti,

Mauro.